E’ davvero sfortuna che un problema obiettivamente serio, come quello delle intercettazioni telefoniche e ambientali sia trattato, da una parte e dall’altra, col paraocchi dell’interesse politico. Ho vissuto in tanti Paesi al mondo, tra l’altro negli Stati Uniti, e so che un dibattito di questo tipo e con questa impostazione sarebbe impensabile in qualsiasi Paese di anche media civiltà. E sarebbe considerato dovunque anormale che a difendere il diritto alla privacy sia la destra e a sostenere le ragioni della inquisizione poliziesca sia la sinistra: ma non dovrebbe essere la guardiana tradizionale delle libertà individuali? Parlo della sinistra vera: non includo Di Pietro, che é e resta un poliziotto nell’animo.

Bastano queste considerazioni per comprendere quanto fuorviata quanto profondamente malata, sia la dialettica politica nel nostro Paese e quanto, sulla saggezza e sul buonsenso comuni, incidano le posizioni giudiziarie del Presidente del Consiglio: una palla al piede sempre più pesante per la nostra vita pubblica e una ragione che dovrebbe essere di per sé sufficiente a convincerlo a farsi da parte, designando magari un altro leader espressione della maggioranza che, a termini di Costituzione, ha diritto e titolo a governare l’Italia fino al 2013. Il guaio é che, nel calore di una disputa che non ha più confini, si perdono anche le voci di quei pochi moderati che cercano di trovare un punto di equilibrio tra le varie esigenze.

Quali sono queste esigenze? Proviamo ad elencarle con un po’ di ragionevolezza: 1- le intercettazioni sono uno strumento importantissimo di indagine e vanno salvaguardate nell’interesse della giustizia; 2- in Italia questo strumento è utilizzato molto più e con minori controlli che in ogni altra democrazia occidentale (la spesa parla chiaro: spendiamo per le intercettazioni cinque volte di più degli Stati Uniti); 3- il diritto alla privacy, e in particolare alla riservatezza delle comunicazioni (per esempio postali) é di importanza centrale in una democrazia liberale, ed è tra l’altro garantito esplicitamente dalla Costituzione.

Conclusione, il ricorso alle intercettazioni va strenuamente difeso, ma va circondato di forti garanzie: sia per l’autorità, possibilmente collettiva, competente ad autorizzarle; sia per la natura dei reati perseguiti (va inclusa ovviamente la corruzione); va regolata e limitata la loro durata nel tempo. Non so se il DDL all’esame del Parlamento sia il migliore:  vedremo quando sarà definitivo.

Ma intanto un punto mi sembra chiarissimo: i privati, direttamente coinvolti o no nei reati perseguiti, hanno un sacrosanto diritto costituzionale a vedere la loro privacy protetta almeno fino all’apertura della fase dibattimentale, quando tutti gli atti processuali divengono, per la loro stessa natura, pubblici. Questo é un principio che nessuno si sognerebbe di mettere in discussione in nessuna altra democrazia occidentale (e l’uso e l’abuso italiano della pubblicazione dei testi suscita infatti stupore e riprovazione un po’ dovunque). La pubblicazione dei testi sulla stampa scritta o parlata rappresenta una grave lesione di questo diritto, comporta conseguenze non riparabili per chi ne è vittima (ancora più intollerabile se si tratta di persone solo marginalmente od occasionalmente coinvolte) e, tra l’altro, è in aperto conflitto con le norme sul segreto istruttorio che qualsiasi studente di diritto conosce a memoria. E’ dunque, o dovrebbe essere, un reato.

Il diritto all’informazione, che é senza dubbio basico in una società libera, non può che trovare un limite in questi principi, come trova un limite nelle norme sulla diffamazione e può comunque essere salvaguardato da un tipo d’informazione succinta che salvaguardi la privatezza individuale. Sono principi davvero basici per una società civile e liberale (ed é strano che a negarlo siano politici e magistrati che pur conoscono la legge e sarebbero i primi a condannarne e perseguirne le violazioni in altri casi, solo perché ne beneficierebbero Berlusconi e i suoi). Conosco e stimo da tempo l’on. Bongiorno e ne rispetto le idee: però é triste che, mossa dalla propria collocazione politica nel gruppo finiano, sia proprio lei, brillante avvocato penalista – e nell’esercizio della sua professione strenua guardiana dei diritti della difesa – a portare il suo dissenso su un punto così importante sino a dimettersi da relatore del DDL. Forse non é tardi per chiedere alla classe politica un ultimo sforzo: mettano da parte gli interessi di partito e trovino un equilibrio tra le varie esigenze, nell’interesse degli italiani e della stessa giustizia. Non è impossibile e neppure tanto difficile. E ricordino che il male che la diffusione impropria delle intercettazioni, che oggi colpisce sopratutto una parte politica, può domani toccare ad altri: di fronte allo strapotere di una Giustizia inquisitiva non assortita dagli opportuni freni e garanzie, tutti – ma proprio tutti – possono prima o poi ritrovarsi vittime.

© Rivoluzione Liberale

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