Troppo spesso le onde liberali s’infrangono sulle barriere di un protezionismo miope. La volontà di difendere, anche a scapito della collettività, privilegi acquisiti, si traduce in una resistenza a oltranza portata avanti paventando pericoli ora per l’italianità delle imprese, ora per la salute o la qualità delle prestazioni o la dignità delle professioni. Tuttavia queste argomentazioni non reggono il confronto con i dati empirici, i quali mostrano una notevole evidenza dei benefici garantiti dalle politiche di stampo liberale.

Di recente, il Journal of International Economics ha pubblicato un saggio di tre studiosi, Jean Arnold, Beata Javorcik e Aaditya Matoo titolato Does Services Liberalization Benefit Manifacturing Firms? Evidence from the Czech Republic. Un paper che, prendendo in esame l’intero sistema economico dell’ex Paese comunista, valuta pro e contro di un’opera complessiva di liberalizzazione dell’economia nel periodo che va dal 1998 al 2003.

Lo studio ha dimostrato che l’apertura del settore dei servizi a diversi fornitori (anche stranieri) è un canale fondamentale attraverso il quale il libero mercato contribuisce al miglioramento delle prestazioni dei settori manifatturieri a valle. In poche parole, l’entrata in vigore delle riforme sui servizi ha avuto un effetto positivo sulla produttività delle imprese che di questi si servono.

Alla luce di ciò, può essere opportuno ricordare uno dei passaggi chiave della lettera ‘strettamente riservata’ inviata dalla Bce al Governo italiano il 5 agosto scorso e firmata dal presidente Jean Claude Trichet e dal futuro numero uno dell’Eurotower, Mario Draghi. La missiva, pervenuta quando il nostro Paese era entrato nell’occhio del ciclone speculativo, indicava le contromisure da adottare “con urgenza” dall’Italia per “rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali”. Fra queste, si affermava la necessità di una “completa liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali”.

In sintesi, liberalizzare fa bene all’industria, riduce la spesa pubblica e spezza legami clientelari e logiche di lottizzazione: un’occasione per ribadire, ancora una volta, l’improcrastinabile necessità di una rivoluzione liberale nel nostro Paese.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI