“Why join the navy if you can be a pirate?” in questo slogan coniato da Steve Jobs, uno tra i più grandi e riconosciuti visionari e creativi del nostro tempo, c’è buona parte dell’essenza di questo libro di Jay Elliot (Steve Jobs, l’uomo che ha inventato il futuro, Ed. Hoepli). Incredibilmente, ma non troppo, Elliot – ex senior Vice President di Apple e che ha lavorato per anni con Steve Jobs – dedica quasi la metà di questo suo libro al modo in cui Steve reclutava i talenti, selezionava e gestiva gli ingegneri, gli art director, motivava il personale.

Apple appare come una azienda nella quale entri solo se sei innamorato del prodotto, intelligente e appassionato e conta poco il curriculum, la laurea ad Harvard o in altre prestigiose università; se poi hai dentro di te uno spirito davvero piratesco e vuoi lasciare il mondo a bocca aperta con le tue realizzazioni, ecco quello è proprio il posto giusto. Nel bel mezzo di una notte poteva anche succedere che il leader, Steve appunto, ti chiamasse per discutere di un particolare, di un dettaglio del nuovo prodotto ma questo fa parte del gioco, dell’impresa.

Nella mia vita, ho avuto la fortuna di conoscere grandi imprenditori e manager e ho ritrovato tra le righe di questo libro la passione smodata per il prodotto che aveva e sicuramente continua ad animare Luciano Benetton e l’attenzione estrema per il dettaglio di Franco Tatò: “nel dettaglio c’è il diavolo” diceva.

Un lavoro che fa comprendere quale debba essere il mix attraverso cui nascono le imprese memorabili e che alla base del successo vi siano soprattutto persone eccellenti e motivate. Bella anche la prefazione di Luca De Biase che pone l’accento sulla qualità artistica di Steve Jobs e sul suo desiderio insopprimibile di trasformare in altrettanti artisti ogni uomo o donna di Apple.

“Ogni membro del team di progetto firmò su un grande foglio di carta da disegno, compreso Steve Wozniak, che firmò con il nomignolo usato da tutti, Woz. Gli acquirenti del Mac non avrebbero mai visto gli autografi all’interno del computer e non avrebbero neppure saputo della loro presenza. Ma gli ingegneri lo sapevano e per loro significava molto.”

Un libro bellissimo che ci insegna che la passione, l’amore per il prodotto e per le persone che lo sviluppano è il fulcro di ogni vero successo imprenditoriale.

Il percorso professionale e imprenditoriale di Steve Jobs è molto istruttivo per tentare di capire quali possono essere i fattori critici di successo (e che successo!) di una impresa. E non necessariamente soltanto imprese che operano nel mondo dell’high tech, web e relativi device, ma tutte le imprese.

Il punto centrale è il prodotto. Tutta l’organizzazione ruota intorno al prodotto e a chi lo realizza e il prodotto viene creato e costruito in modo tale che piaccia e soddisfi il cliente. Semplice a parole. Per raggiungere questo obiettivo e per mantenere e consolidare i risultati l’organizzazione deve essere piatta, snella, ridotta ai minimi termini, insomma è bene che aleggi sempre lo spirito iniziale: lo spirito dello start up.

Tali suggestioni, colte qua e là tra le righe di Steve Jobs, l’uomo che ha inventato il futuro, ci portano a riflettere su quanto siano lontane da questo modello molte imprese di casa nostra.

Aziende nelle quali le funzioni di staff ridondano di personale e abbondano inutili presidi di coordinamento, spesso del tutto scoordinati e male assortiti, nelle quali pochi manager di vertice conoscono davvero il prodotto e le responsabilità sono disperse e frammentate e nessuno è veramente responsabile di qualcosa. In queste aziende chi si occupa di prodotto viene spesso guardato con sospetto perché troppo creativo e poco sensibile al contenimento della spesa.

Se poi estendiamo questo modello al mondo dei servizi, di qualunque tipo, non escludendo i servizi pubblici, potremmo giungere a rilevare un generale distacco emotivo tra le persone dell’azienda, o ente che sia, e il prodotto-servizio prestato.

L’entusiasmo e la passione delle persone sono la chiave del successo di una impresa, senza questa tensione non si può pensare di essere competitivi. Una delle ricette che emergono dalla lettura di questo libro.

Perché, dalle nostre parti, oggi, è così difficile metterla in pratica?

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[Tratto da http://themadjack.wordpress.com/ di P.G.]

© Rivoluzione Liberale

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