Si percepiva un bisogno di sfogo e un desiderio di guardare più in alto nel discorso che il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha tenuto sabato scorso a Dogliani, in provincia di Cuneo (Piemonte), nel celebrare il cinquantesimo anniversario della scomparsa di Luigi Einaudi, Maestro di liberismo e liberalismo, secondo Presidente della Repubblica italiana (dal 1948 al ’55), oltre che Governatore della Banca d’Italia e più volte ministro. Uno sfogo dovuto alla saturazione da assenza di nobiltà e dignità che caratterizzano oggi la nostra politica. Bisogno di guardare più in alto, di fare riferimento a esempi illustri per ‘riedificare’, per quanto possibile, una scuola di rigore e sobrietà scomparsa, in particolare da circa vent’anni a questa parte.

“Occorre portare avanti uno sforzo di valorizzazione” e sfruttare pienamente “il lascito di Einaudi”, ha detto Napolitano. “Ci sono insegnamenti e suggestioni essenziali da trarre, superando schemi purtroppo duri a morire per un moderno approccio riformista che non può non essere comunque europeista. Non dimentichiamoci che Einaudi – ha aggiunto – fu davvero precursore della scelta federalistica europea” perfino più degli “Spinelli e Ernesto Rossi”. E’ sul federalismo che – diciamo noi – parte un altro schiaffo alla Lega Nord, ai tanti progetti su quello fiscale annunciati e realizzati in minima parte in questi anni dai rappresentanti del cosiddetto popolo padano, sulla spinta di un partito che punta su luoghi comuni di facile presa e che ha saputo alzare la voce quasi esclusivamente per gridare alla secessione a scopo di propaganda. E poi il federalismo fiscale “è utile – aveva detto qualche giorno prima il Presidente – ma darne una interpretazione miracolistica è sbagliato”, soprattutto se tale progetto viene instradato in un percorso “a zig zag”.

Napolitano ha poi precisato che il richiamo fatto nel corso della sua ‘campagna’ piemontese giovedì scorso a Biella sul ‘governo di tregua’ formato da Giuseppe Pella nel 1953 su incarico di Einaudi è stato una “reminiscenza storica” che ha indotto gran parte dei media a interpretare quelle parole come un commento sull’attuale situazione politica del nostro Paese. “Spero” che in Italia “si giunga a recuperare un po’ di distacco nel discutere almeno di fatti storici”. Napolitano ha quindi smentito tale insinuazione, che comunque a  nostro avviso sarebbe calzata a pennello nel clima di incertezza e stagnazione in cui il Governo di Silvio Berlusconi sta costringendo i cittadini italiani.

Tanto è vero che proprio con riferimento all’attuale modo di fare politica, l’Inquilino del Quirinale qualche giorno prima ad Aosta, rispondendo alle domande degli studenti della Scuola della democrazia, aveva detto che la politica diventa “una cosa sporca se lasciata agli altri. E’ un’attività entusiasmante se siamo tutti noi a farla”. Uno stop alle “faziosità e alle azioni cieche. Quello che servirebbe – e con urgenza – è uno straordinario sforzo collettivo” che negli anni ’50 del secolo scorso produsse il “grande balzo” del boom economico.

Inevitabile, in un momento come questo in cui la soluzione della crisi economica sembra essere l’ultima inquietudine dei nostri governanti, che Napolitano nei giorni scorsi sia rientrato in un tema che sarebbe delittuoso ignorare. E sull’ipotesi della fine della moneta unica europea, ha affermato “che sarebbe inconcepibile tornare indietro”, ma che al contrario è necessario prepararsi a “un salto di qualità”. L’euro ha senza dubbio reso più ‘rognoso’ il meccanismo delle esportazioni ma prevede anche dei grossi vantaggi, raggiungibili però solo con “un ministro europeo dell’Economia per coordinare le Politiche di Bilancio”, sull’esempio del ministro per la Politica estera dell’Ue, “perché non si possono avere tante politiche fiscali quanti sono i paesi membri”.

E spingendosi nell’ambito nazionale il Presidente ha sottolineato che “non si può immaginare lo sviluppo economico senza mettere a frutto le risorse del Mezzogiorno”. Di recente il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha dato un giudizio molto critico della crescita italiana negli ultimi dieci anni. “L’FMI – ha ricordato Napolitano – dice che il ritmo necessario è irraggiungibile senza mettere a frutto” le risorse del Sud del Paese. “Questo è il punto cruciale per concretizzare proposte e prospettive”. L’Italia dei nostri giorni, insomma, sembra distante anni luce da un mondo che le cambia sotto gli occhi, ancorata a un passato inadeguato, a ciò che – per esempio – hanno acquisito i gruppi sociali in epoche diverse. Ecco perché Napolitano sostiene che “occorrono slancio creativo e spirito di sacrificio”.

Uno slancio creativo di cui, come è normale che sia, sentono il bisogno i cittadini che ogni giorno pagano le conseguenze  della recessione economica. Tanto è vero che oggi e domani a Roma, di fronte a Palazzo Koch (la sede storica della Banca d’Italia) in occasione di un convegno cui parteciperanno il Presidente della Repubblica e quello della Banca d’Italia, Mario Draghi, la sedicente ‘multi-generazione senza futuro’ ha organizzato un sit-in “contro la dittatura finanziaria di banche e contro la speculazione globale”. Proprio a Napolitano – personalità su cui si concentrano le speranze dei cittadini – gli ‘indignati’ consegneranno una lettera aperta e pubblica. “La risposta – hanno annunciato – alle carte segrete – lo sostengono loro – di Trichet e Draghi che dettano dall’alto le politiche economiche, e un invito a contrastare l’inserimento nella Costituzione del vincolo del pareggio di Bilancio”.

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