Negli ultimi periodi gli elettori della Lega hanno dovuto ingoiare numerosi bocconi amari – dalla fiducia al ministro Romano al no all’arresto di Milanese, dalla questione intercettazioni alla farsa dei ministeri a Monza – senza peraltro portare a casa nessuno dei punti del famoso ultimatum di Pontida. Inoltre l’inspiegabile appiattimento di Bossi sulle politiche del governo e sui problemi personali del premier ha alimentato i dubbi del popolo leghista sull’esistenza del famoso “patto segreto” che obbliga Bossi ad essere eternamente riconoscente e fedele a Berlusconi.

In un contesto del genere anche l’elezione di un segretario provinciale può far esplodere la rissa. La parola rissa in questo caso è da intendersi letteralmente e non solo in senso metaforico. È vero che non stiamo parlando di un partito normale (ma della Lega Nord), né tantomeno di una provincia qualsiasi (ma di Varese che è la culla del movimento), però nessuno si aspettava che l’elezione del segretario provinciale sarebbe finita a fischi, insulti e ceffoni.

Bossi, con l’ausilio dei suoi più stretti collaboratori (il cosiddetto “cerchio magico”) ha pensato di evitare l’esplosione del dissenso ispirandosi al “centralismo democratico” di leniniana memoria: fa ritirare il pretendente della corrente maggioritaria (vicina a Maroni), impone il suo favorito come candidato-unico, fa svolgere l’elezione per acclamazione (evitando anche che il dissenso potesse esprimersi attraverso le schede bianche), tiene lontani giornalisti e curiosi, minaccia di espellere i “revisionisti” come Tosi e censura i militanti su radio Padania.

Tutte queste precauzioni però non sono bastate e a Varese sono crollati i due pilastri dell’ultimo partito leninista italiano: il centralismo democratico e il culto della personalità. Per la prima vengono contestate le nomine calate dall’alto (un’assurdità per un partito che dice di ispirarsi al federalismo e all’autodeterminazione) e viene messa in dubbio la capacità di decidere del leader. Già qualche tempo fa, in un altro luogo fortemente simbolico per la Lega come il prato di Pontida, era emersa per la prima volta pubblicamente, con il famoso striscione “Maroni premier”, la possibilità che il Senatur non fosse il capo supremo ed eterno del popolo leghista.

In pochi mesi la leadership di Bossi subisce un doppio attacco in due luoghi-simbolo come Pontida e Varese: prima viene messa in discussione dalla figura emergente di Maroni e poi viene direttamente contestata, due limiti che non erano mai stati valicati prima. Come insegna Max Weber il potere carismatico non è eterno e, con buona pace del Trota, nemmeno ereditario o trasferibile. Abbattuto il tabù dell’infallibilità del capo, viene meno anche il comandamento dei panni sporchi che si lavano in casa e amministratori locali, militanti e semplici iscritti per la prima volta contestano pubblicamente il congresso “sovietico” di Varese.

Ormai è evidente anche alla pancia della Lega che la promessa della rivoluzione antistatalista non ha scalfito minimamente il potere burocratico-fiscale dello Stato e che i loro dirigenti hanno trovato in Roma Ladrona una madre accogliente da cui non vogliono distaccarsi. La spaccatura è profonda e non sembra che il popolo leghista si lascerà incantare dalla solita solfa secessionista o dalla retorica del milione di fucili. Questa volta Bossi dovrà rispondere con dei gesti concreti e che siano più convincenti  di un dito medio.

© Rivoluzione Liberale

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