Da dieci anni a questa parte la Cina esercita un ruolo di peso sull’economia africana. Sin dagli inizi del nuovo millennio Pechino ha effettuato ingenti investimenti nel continente, concentrando i propri sforzi verso settori strategici.

L’enorme liquidità a disposizione dei fondi sovrani della Repubblica Popolare è stata impiegata per finanziare opere infrastrutturali che i Paesi africani, date le note carenze nel settore e i conseguenti ostacoli allo sviluppo, hanno accolto a braccia aperte. Dal 2002 al 2010 il tasso di crescita del commercio tra Cina e Africa è cresciuto a una media del 33% l’anno. Inoltre, nel 2007, la più grande banca commerciale cinese, la Icbc, ha acquistato per 5,5 miliardi di dollari il 20% di Standard Bank, fra le quattro maggiori banche d’Africa, operante in 30 paesi nel mondo.

Il principale obiettivo di Pechino è stato però quello di accaparrarsi contratti sulle materie prime, dalla lavorazione del legno in Gabon e Liberia, all’estrazione di petrolio off-shore in Angola e Nigeria, per poter soddisfare la crescente domanda interna cinese. Per questo motivo, la politica del Dragone viene spesso tacciata di ambiguità, posizionandola a metà strada fra “neocolonialismo economico” e investimenti sul fronte dell’approvvigionamento.

Fra i sostenitori dell’opportunità delle scelte cinesi si annovera Clive Tasker, amministratore delegato di Standard Bank, il quale ha spiegato le ragioni del successo degli investimenti made in china in occasione del forum internazionale sullo sviluppo dell’Africa, svoltosi di recente a Taormina e promosso dalla fondazione Banco di Sicilia, con la collaborazione dell’European house Ambrosetti. «La strategia di investimento cinese – ha precisato – è sicuramente caratterizzata dalla non ingerenza negli affari interni del Paese, o anche dei singoli settori di business. Sono investitori di lungo termine e non cercano veloci ritorni. Infine non si curano dei rischi politici come l’Europa». «Per molti anni – continua Tasker – l’Occidente ha guardato all’Africa come a un recipiente di aiuti, non un luogo dove si può avere un ritorno commerciale per gli investimenti. Ma se volete che un uomo mangi per tutta la vita, non dategli il pesce, piuttosto insegnategli a pescare».

Micheal Sata, neopresidente dello Zambia, si colloca invece fra i detrattori della strategia d’investimento cinese. Durante l’intera campagna elettorale per le presidenziali, il leader del Patriotic Front ha utilizzato le statistiche scoraggianti che riguardano il suo Paese per alimentare e raccogliere il forte risentimento del popolo verso i nuovi “padroni” orientali, caldeggiando la tesi secondo cui la presenza cinese, pur non essendo caratterizzata da un imperialismo di stampo occidentale, non ha comunque contribuito alla crescita strutturale dello Zambia: l’acquisto di materie prime in cambio di grandi opere (peraltro costruite da mano d’opera cinese) non produce sviluppo; consente al paese di sopravvivere sfruttandone la “dote”, ma non crea tecnici e ingegneri, non aiuta a impiantare fabbriche e non crea una borghesia nazionale.
Trattandosi delle tesi di soggetti non “totalmente disinteressati” e quindi non completamente oggettive, la verità sta probabilmente nel mezzo. Tuttavia la posizione del neopresidente dello Zambia sembra descrivere meglio la realtà, se non altro perché la “non ingerenza” sbandierata dall’a.d. di Standard Bank è stata recentemente smentita, in occasione dei festeggiamenti per l’ottantesimo compleanno dell’arcivescovo Desmond Tutu. In quell’occasione, infatti, l’autorità preposta al rilascio dei visti d’ingresso in Sud Africa ha temporaneamente sospeso la possibilità di visitare il Paese al Dalai Lama, il quale avrebbe voluto porgere il suo personale omaggio all’arcivescovo, noto attivista contro ogni forma di segregazione e razzismo.

Attendiamo che i fatti smentiscano anche le tesi “anti-colonialiste” di Sata che altrimenti rappresenterebbero un vistoso ostacolo all’egemonia cinese nel continente africano.

© Rivoluzione Liberale

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