La notizia dell’accordo raggiunto tra i partiti in Belgio – dopo 16 mesi di estenuanti  trattative e col decisivo apporto dei liberali – per la ripartizione delle competenze tra le regioni e lo Stato ha suscitato da noi un interesse che nasce dalla similarità che crea tra quel Paese e l’Italia la comune tendenza al separatismo Nord-Sud.

A prima vista, i problemi paiono analoghi: in ambedue i Paesi, un Nord prospero e ordinato non sopporta di condividere i pesi inerenti a un Sud meno sviluppato e “assistenzialista” e reclama – ed ora ottiene – autonomia fiscale. Le somiglianze tra i due Paesi (che nel trascorso dei secoli hanno avuto lunghi momenti di storia comune, da Giulio Cesare ai banchieri italiani di Bruges, dall’occupazione spagnola e poi austriaca e infine tedesca alla partecipazione fondatrice all’integrazione europea) non finiscono qui: ambedue hanno un debito elevatissimo, superiore al 110 per cento del PNB, in ambedue i casi prodotto, da una parte, dal diffuso assistenzialismo posto in essere da governi di ispirazione democristiana o socialista e per altra parte dai costi spropositati della politica, dovuti a un’assurda moltiplicazione di livelli amministrativi e di cariche rappresentative. Ma le somiglianze finiscono qui: le ragioni del separatismo in Belgio, al di là delle ragioni economiche, hanno le loro vere origini e radici in un conflitto di tipo linguistico e culturale, come è evidente a chi conosce quel Paese.

Il fatto è che il Belgio non è mai stato una nazione con una sola lingua, ma l’assemblaggio di due zone totalmente distinte per lingua e costumi: le Fiandre di lingua olandese e la Vallonia di lingua francese (e in mezzo, Bruxelles, dove il francese ha soppiantato l’originale dialetto di origine fiamminga). Due spezzoni, insomma, tenuti artificialmente uniti dalla sudditanza allo stesso sovrano, successivamente i duchi di Borgogna, la Spagna, l’Austria, la Francia, l’Olanda. Al momento dell’indipendenza, nel 1830, tale unità è stata mantenuta, un po’ grazie alla comune religione cattolica (in opposizione all’Olanda protestante non amata dai fiamminghi) ma soprattutto grazie alla netta prevalenza demografica, economica e culturale della componente francofona. Per quasi un secolo e mezzo, questa prevalenza si è mantenuta inalterata: miniere di carbone e industria dell’acciaio stavano dal lato della Vallonia, finanza e commercio a Bruxelles, e il francese era la lingua, non solo dell’aristocrazia e dell’alta e media borghesia, ma della cultura: i fiamminghi erano per lo più contadini, la loro lingua veniva considerata come un dialetto da trascurare, la loro cultura ignorata.

Il primo Capo del Governo del Belgio indipendente, Paul Rogier, in un discorso alle Camere, dichiarò che “era dovere dello Stato sradicare il dialetto fiammingo, a favore della ben più alta cultura francese”. La più antica e prestigiosa università del Paese, Lovanio, in terra fiamminga, usava solo il francese e il francese era la lingua del Governo, dei tribunali, delle forze armate, della diplomazia, della burocrazia nazionale. Poi la situazione si é rovesciata: le Fiandre sono venute acquistando una grande prosperità, mentre le zone di antica ricchezza nella Vallonia andavano decadendo, e i fiamminghi hanno cominciato a rivendicare con forza il diritto alla propria lingua e alla propria cultura. I primi conflitti, difatti, sono cominciati negli anni ‘70 proprio a Lovanio, quando gli studenti fiamminghi (la maggioranza) hanno reclamato l’insegnamento nella loro lingua e si dovette aprire una Lovanio-bis per i francofoni in zona vallone.

Da allora, le conquiste fiamminghe sono venute aumentando a ritmo esponenziale: uso esclusivo del fiammingo in Fiandra, riserva del posto di Primo Ministro a un fiammingo, progressiva abolizione delle “facilità” linguistiche concesse ai francofoni viventi in zona fiamminga etc. Il bilinguismo che caratterizzava il Paese é venuto disfacendosi: basta percorrere una delle belle autostrade belghe per rendersi conto che, nel passaggio tra le zone, le indicazioni appaiono esclusivamente nella lingua della zona attraversata (il che, in un Paese così piccolo, è un controsenso). A seguito di una serie di difficili compromessi trovati per mantenere il Paese unito, al di là delle istituzioni centrali, si sono venute creando  varie entità politico-amministrative: tre regioni (Fiandre, Vallonia, Bruxelles), due “Comunità Linguistiche” (francese e fiamminga), con competenze miste e talvolta sovrapposte e una ovvia moltiplicazione di costi (il Belgio ha più “Ministri” degli Stati Uniti).

Insomma, il Belgio, più che una nazione, é un concetto politico e se si può fare un raffronto, non è certo con l’Italia, ma con la vecchia Cecoslovacchia, che qualche anno fa si é divisa in Repubblica Ceca e Slovacchia.

É presto per dire se il compromesso raggiunto a Bruxelles reggerà alla prova e potrà evitare la partizione, a cui in realtà tende almeno una parte crescente dei fiamminghi. Quest’ultima, peraltro, anche se a chi osserva le cose da fuori può parere un non-senso, avrebbe almeno una certa giustificazione nella completa diversità linguistica e culturale.

Ma l’Italia é una nazione che esiste sin dai tempi di Roma e ha mantenuto nei secoli, nonostante le vicissitudini politiche, una profonda omogeneità  linguistica, culturale e umana e le regioni del Nord non sono mai state la parte povera, trascurata e financo oppressa, del Paese (casomai l’inverso) e non hanno quindi rivendicazioni di questo tipo da far valere. Attentare alla nostra unità riferendosi a esempi esterni (fiamminghi in Belgio, ma anche catalani o baschi in Spagna e corsi in Francia) é dunque, non soltanto un crimine a termini di legge, ma una colossale impostura.

© Rivoluzione Liberale

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