Era già nell’aria, ma Recep Tayyp Erdogan, Primo ministro turco e fondatore del partito largamente maggioritario chiamato Adalet ve Kalkinma (AKP), ossia Partito della Giustizia e dello Sviluppo, manifesta sempre più la volontà di imporsi come leader, anche solo morale, dei popoli toccati dalla Primavera Araba.

Poco più di un mese fa ha fatto un viaggio ‘esplorativo’ in Tunisia, Egitto e Libia dove è stato accolto con tutti gli onori di una star. E’ ormai considerato il punto di riferimento delle opposizioni che mirano a rovesciare i regimi autoritari in Medio Oriente. La sua influenza si sta lentamente sostituendo a quella degli Stati Uniti. Possiamo aggiungere che Erdogan non ha nessuna intenzione di limitare l’influenza della Turchia al solo Mediterraneo. E’ un grande viaggiatore e sono pochi i Paesi importanti che non abbia visitato.

Diverse ragioni giustificano la crescita dell’influenza turca e del suo Premier. Intanto la posizione geografica. La Turchia occupa uno spazio che fa da cerniera tra l’Europa, la Russia, l’Africa e l’Asia. Gran parte della sua importante popolazione, grazie alla sua capacità migratoria, è riuscita a dotarsi di competenze professionali paragonabili a quelle delle società occidentali e questo gli permette oggi di stare tra i grandi Stati sviluppati. La sua economia, pur non disponendo di considerevoli risorse naturali, ha saputo sfruttare bene gli investimenti nazionali ed esteri, assicurando al Paese una crescita del 6% annuo, risultato unico nella regione e di grande impatto, vista la generale recessione mondiale. Il suo modello economico è invidiato da tutti i Paesi dell’area, soprattutto dall’Egitto, che pur avendo le stesse caratteristiche, non ha saputo valorizzare i suoi punti di forza.

Nella sua ultima missione, Erdogan si è generosamente speso nel presentare le grandi performance politiche, economiche e sociali avvenute nel suo Paese negli ultimi anni. I suoi discorsi sulla relazione tra potere e religione sono stati molto apprezzati dal Partito islamico tunisino Ennada e dai tunisini in generale. Un po’ meno, forse, dai Fratelli Musulmani in Egitto. Appare chiaro che la volontà comune di Turchia e Stati arabi, compresi quelli usciti dalla recente ‘Primavera democratica’, sia quella di favorire un Islam presentato come politica (sebbene moderata) e questo non  può che piacere a popolazioni rimaste profondamente legate alla religione. Verrebbe da chiedersi come mai questi Stati non diffidino del ruolo sempre più pressante della Turchia, suscettibile di riattivare l’influenza dell’Impero Ottomano che aveva atrocemente insanguinato la regione, prima e dopo la prima guerra mondiale. I ricordi sono lontani e se la Turchia rimane diplomaticamente prudente, nessuno incolperà i turchi di non essere arabi.

Sul piano della politica estera, la Turchia è stata a lungo considerata come un satellite degli USA, sia per la sua presenza nella NATO, che per la sua posizione strategica che le ha permesso a lungo di arginare l’influenza della Russia. Ma oggi le cose sono cambiate. La Turchia si è emancipata, non solo è riuscita a instaurare dei buoni rapporti con Mosca, ma si sta anche scrollando di dosso il ruolo di ‘alleato di Israele’, che le era stato imposto da Washington. Le dure prese di posizione del Primo ministro turco nei confronti dello Stato ebraico sono state accolte con grande entusiasmo dai Paesi della riva Nord del Mediterraneo, tanto che il premier egiziano, ʿIssām Sharaf, non ha esitato ad affermare che il trattato di pace israelo-egiziano non era “sacro”. E’ chiaro che questa presa di posizione  non poteva che essere accolta che con molto entusiasmo da popolazioni abituate alla debolezza dei loro dirigenti di fronte alla questione israeliana.

Fintanto che la questione palestinese non sarà risolta, la Turchia godrà di un grande prestigio tra la gente dei diversi Paesi arabo-musulmani. E grande prestigio gli viene dato dalle potenti forze armate di cui dispone. Ma queste visite mostrano anche un altro risvolto della politica estera turca che, come abbiamo visto, si è allontanata dalla regola ‘zero problemi con i vicini’. Oltre ai rapporti tesi con Israele, la Turchia si è attirata le ire dell’Iran perché deciso a continuare, seppure a distanza, la collaborazione militare con gli USA e il deteriorarsi dei rapporti con la Siria non sono di poco conto. La Turchia cerca quindi nuovi partner, e sembra esserci riuscita, sebbene vada ricordato che questi rapporti sono stati instaurati con regimi ‘provvisori’. La guerra non è stata ancora vinta, ma una battaglia strategicamente importante sì.

La Turchia si sente oggi così forte, che la sua volontà di aderire alla UE sembrerebbe passata in secondo piano. Erdogan, seguito dalle forze politiche più influenti, ha percepito che potrebbe avere maggiore influenza nel Mondo e in Europa se restasse fuori dall’Unione, non sottomettendosi a obblighi scomodi (ed evitando così anche la questione curda). Dobbiamo preoccuparci per come potrebbe girare il vento democratico che ha soffiato fino a ora su Tunisia, Egitto e Libia? Da una parte viene in mente una frase detta dal Premier turco quando era ancora sindaco islamista di Istanbul: “La democrazia rappresenta un mezzo, non il fine”, dall’altra non vogliamo demonizzare la cultura islamica, anche se l’intellighenzia liberale che sosteneva l’AKP si mostra oggi piuttosto reticente. Nella Regione Mediterranea  Erdogan  sembra aver scippato il ruolo di protagonista all’Europa, bravissima a gongolare per la caduta (supposta) di Gheddafi, ma incapace, dopo tanti anni di incontri e accordi, di creare un vero e costruttivo partenariato euro-mediterraneo.

© Rivoluzione Liberale

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