“Centinaia di città-capitali in miniatura (…) si incontrano viaggiando in ogni regione italiana”. Un’Italia turrita, insomma, una sorta di plastico animato – se proviamo a immaginarcela vista da un aereo – rappresentativo nel bene e nel male della difformità di storia, cultura, mentalità, lingua, colore della pelle e degli occhi e dei capelli, di prodotti della terra e panorama.

E’ il Paese che emerge dal saggio L’Italia disunita, analisi dialogata di Sergio Romano (storico, scrittore, giornalista) e Marc Lazar (storico e sociologo francese), moderati dal presidente del Comitato di Parigi della Società Dante Alighieri, Michele Canonica. La domanda: è possibile che un Paese così tratteggiato possegga un’identità nazionale? La risposta che questo libro fornisce è che sì, è possibile, ma con grande difficoltà, con l’impegno necessario a sintetizzare un elemento che dalle nostre parti scarseggia, vale a dire la propensione del cittadino a sacrificarsi per la Patria. Come nel caso del Pacifismo, visto da Sergio Romano come una carente volontà a immolarsi, che si esprime nell’odierno ostile atteggiamento verso gli impegni militari stabiliti nel rispetto di un’alleanza.

Michele Canonica ricorda che “il 2 agosto 1847 (…) il cancelliere austriaco Klemens von Metternich scrive la famosa frase: «La parola Italia è un’espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono a imprimerle». Nelle intenzioni di Metternich – scrive ancora Canonica – probabilmente si tratta di una semplice constatazione e non di un’arrogante manifestazione di disprezzo, come affermato dai liberali italiani dell’epoca”. Certo, diciamo noi, Canonica sbaglierebbe se pretendesse che non se la prendessero a male coloro che prima e dopo il 1861 – anno dell’Unificazione d’Italia di cui questo 2011 festeggia il 150° anniversario – pensarono, pianificarono, combatterono e morirono. Protagonisti sia di un Risorgimento intellettuale ed elitario, sia di un Risorgimento dei comuni (per così dire) futuri cittadini di un’unica Nazione.

Il confronto fra i tre autori che costituisce l’impianto del libro, non esclude il disaccordo, anzi lo alimenta. Ad esempio, all’antifascismo senza incertezze di Lazar (“esperienza che … ancora rappresenta un dramma per l’Italia), si contrappone la determinazione di Romano a non privare di valore e influenza qualunque momento storico. “Se vogliamo (…) costruire una storia nazionale (…) pedagogica, dobbiamo garantire (… ) una continuità che rispetti ogni segmento del percorso fatto (…)”. Nell’approccio a un volume in cui si succedono differenti contributi culturali e di pensiero, contrastanti valutazioni e giudizi, sarebbe comprensibile il timore di imbattersi in un’accozzaglia difficile da digerire. Viceversa da subito si apprezza l’ordine e la scorrevolezza dei diversi interventi. E le oltre centottanta pagine hanno il merito di offrire un prezioso e abbordabile ripasso storico.

Il libro in principio ripercorre le tappe dei centocinquant’anni successivi all’unificazione, le spinte centrifughe al Nord e al Sud, il momento storico dell’Unità, l’interrogativo sul miglior modello per il nuovo Stato. Nella sua parte centrale Romano, Lazar e Canonica tentano di anatomizzare – compito assai arduo – la storia dell’Italia unita, da una guerra civile permanente, passando per la monarchia e il fascismo, l’immigrazione fino alla Lega Nord e al berlusconismo. Infine la percezione quotidiana, sistema sanitario, trasporti, scuola e cultura, televisione, sport e moda. Capita, a volte, che a dispetto dell’originaria idea di dialogo, le convinzioni di Romano e Lazar siano tra loro slegate e quindi ripetitive di concetti già sviscerati. Come se, invece di scrivere il libro insieme, i due intellettuali abbiano elaborato da casa loro le proprie considerazioni.

Quasi immediata la critica nei confronti della Chiesa  per l’atteggiamento assunto in questo 150° anniversario. “Vi sono ancora settori del mondo cattolico che vivono la presa di Roma nel 1870 come un’intollerabile sopraffazione ai danni del papato”, afferma Sergio Romano. Ma centrale, per spiegare un considerevole e ancora attuale disincanto nei confronti dell’unità nazionale – con la nascita e lo sviluppo dei movimenti leghisti in Lombardia e in Veneto – è la questione meridionale, la “constatazione – dice ancora Romano – (…) che il problema del Sud (…) non è stato risolto” anche perché, andando indietro nel tempo, va ammesso che “il Sud non fece parte del disegno strategico di Cavour”, uno dei Padri della Patria. Così come invece viene esaltato il ruolo del Conte nell’aver modificato il vecchio comportamento di un’Italia perennemente disunita.

Marc Lazar propone l’importanza dei conflitti nel processo di coesione patriottica, per cui “l’Italia vive il suo ingresso nella modernità proprio nel contesto atroce della prima guerra mondiale, dove siciliani e veneti si ritrovano nelle stesse trincee, spesso senza neppure capirsi bene fra loro (…)”. Nel corso del dibattito, il francese Lazar si esprime in un italiano più semplice e immediato e i suoi argomenti sono in linea con questa freschezza, utile soprattutto nei parallelismi fra l’Italia e le altre nazioni. Più elaborato il codice di Sergio Romano, i cui inserimenti richiedono una maggiore concentrazione e spesso tracimano il tema cardine della trattazione, per allargarsi su materie diverse, in particolare sulla politica.

In conclusione dal libro emerge, per dirla con le parole di Lazar, “una fase attuale che registra un (…) diffuso bisogno di affermazione dell’identità nazionale, dovuto (…) all’allontanamento ‘anagrafico’ dell’ubriacatura fascista, al prestigio italiano in settori chiave del mercato internazionale, alla reazione ai processi di globalizzazione economica e culturale, alla necessità di trovare un punto di equilibrio, di sintesi fra crescenti spinte localiste e crescente integrazione europea”. L’Italia disunita (2011; Longanesi; pp. 190; € 15,00)

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