Frastornata dai clacson e irradiata dai neon dei bolidi che la percorrono, nelle strade che non finiscono mai, schivando grattacieli che si confondono tra le nuvole, crepuscolare e ambivalente, euforica e schizofrenica, apollinea di giorno e dionisiaca di notte. Los Angeles.

Un driver (Ryan Gosgling), senza nome, laconico, solingo, compassato ma complicato, la conosce come le sue tasche, dividendo la sua vita tra un lavoro diurno in officina, assieme al suo amico Shannon (Bryan Craston), unito a qualche partecipazione filmica in veste di cascadeur, e un più rischioso lavoro notturno da tassista fuori regola, incaricato di accompagnare, aiutandoli nella fuga, gruppi di rapinatori e la loro refurtiva.

La vita scorre rettilinea fino a quando non conosce la dolce Irene e suo figlio Benicio, inquilini della porta accanto, grazie ai quali uscirà più facilmente il suo spirito celatamente romantico e altruista. Ma il marito di Irene, dietro alle sbarre per loschi affari, torna a farsi vivo, e non tutto sarà come prima. Con la sua entrata e quasi subitanea uscita di scena, la vita di Driver prenderà una piega terribilmente inaspettata, in un climax di follia e violenza, impeti pulsionali e brutale vendetta.

Allacciatevi bene le cinture. Resterete incollati al vostro sedile, della sala e della quattro ruote di Driver, dal primo all’ultimo secondo del film, titoli di coda compresi, per potervi riprendere dall’affascinante vortice adrenalinico a cui avete assistito.

Nicolas Winding Refn, danese di nascita, ma emigrato ad appena undici anni negli Stati Uniti, è l’autore di questo gioiellino su celluloide, abile nel trastullarsi tra i generi, dal pursuite al thriller, dal noir-metropolitano al B-movie anni ’70 – ’80, tanto caro a Tarantino. Impossibile infatti non rivedere nel Driver della seconda metà del film e nelle sue corse spericolate il Mike – Kurt Russell di Grindhouse – A prova di morte, malgrado il suo misoginismo schizoide e, ancor più, il Travis Bickle – Robert De Niro di Taxi Driver, nella sua solitudine e nel suo finale catartico e liberatorio, nella sua rabbia repressa e omicida, rappresentata da una potenza visiva senza eguali.

E sarà anche per questo che quest’anno a Cannes il quarantenne di Copenaghen ha ammaliato il presidente De Niro, aggiudicandosi il premio della messa in scena. Per le avvolgenti carrellate, le inquadrature spigolose, le angolazioni vertiginose, le semi-soggettive mozzafiato, il tocco slasher e numerosi momenti splatter di ‘scorsesiana’ memoria, costeggiati da un colonna sonora a metà tra anni ’80 e sonorità post-moderne, in una Los Angeles tentacolare, saturata da una criminalità che agisce nell’anonimato.

Poche chiacchiere, tanta azione, un minimalismo nei dialoghi quasi alla Bresson, ma una densità emotiva degna del miglior William Friedkin. Cinema puro.

© Rivoluzione Liberale

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