Cinque documentari più un film. Contro ogni forma di fondamentalismo e per il riconoscimento dei diritti umani. La battaglia delle donne afghane. Donne nei cui progetti lo Spazio afferma di riconoscersi e da cui dichiara di imparare.

Lo spazio è Spazio Oberdan, in viale Vittorio Emanuele II, a Milano, che fino al primo maggio prossimo, su proposta dell’associazione CISDA (Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane), organizza una rassegna di inedite pellicole a carattere divulgativo. Appoggiate da un film che nel 2001 riscosse un notevole successo, Viaggio a Kandahar. Sei testimonianze che mostrano in tutta la loro forza e determinazione le donne e quella parte della società civile che in Afghanistan agiscono per dare senso al futuro del Paese, fino a qualche anno fa arretrato dai talebani a una sorta di Medioevo.

Nella rassegna di Spazio Oberdan si fa conoscenza con le artefici di realtà degne di essere da esempio in qualsiasi parte del mondo. Come il Centro culturale e la stamperia di Kabul. Si scoprono persone che parlano di diritti e di libertà, negati ma da conquistare, grazie alla diffusione di programmi scolastici. Tra questi alcuni sono nascosti – retaggio dell’oppressione talebana – altri noti e legali, come quelli oggi seguiti negli orfanotrofi. Un tema, questo, raccontato nel documento intitolato Una speranza per l’Afghanistan.

E poi, come detto, Viaggio a Kandahar, il lungometraggio diretto da Mohsen Makhmalbaf, il quale, telecamera in spalla, filma il tentativo di rientrare in patria di Naghadar (per l’occasione interpretata dall’attrice non professionista Ike Ogut), giovane donna afghana, emigrata molto tempo prima in Canada. Naghadar vuole raggiungere la sorella priva di gambe, che ha deciso di suicidarsi allo scadere di tre giorni. Strade impolverate, orizzonti piatti. La protagonista ha la testa infilata nel burqua, strumento di negazione della personalità femminile. Il film non si distingue per i dialoghi, ma per una serie di immagini graffianti, come quella degli aerei che paracadutano nel deserto protesi di gambe destinate a chi quell’arto l’ha perso su una mina antiuomo.

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