La rilevanza delle elezioni politiche in Lettonia trascende il dato quantitativo (il Paese non supera i due milioni e duecentomila abitanti), e investe in pieno l’aspetto qualitativo del fenomeno. Non solo la tornata elettorale è stata un test sullo stato delle relazioni interetniche nel Paese baltico ma ha anche assunto il ruolo di cartina di tornasole sulla tenuta del concetto di Europa, proprio in uno dei feudi di quella New Europe tanto decantata da politologi e analisti occidentali.

La formazione del nuovo governo è stata caratterizzata da una gestazione particolarmente laboriosa, frutto di risultati elettorali controversi. È apparso chiaro da subito che i due partiti moderati di centro-destra guidati dall’ex Presidente e dal primo ministro uscente (rispettivamente, Zatlera Reformu Partija e Vienotība) sarebbero stati in grado di costituire una piattaforma programmatica comune sufficientemente solida. I due partiti assieme, tuttavia, possono contare su 42 seggi (dei 100 disponibili), necessitando giocoforza di un ‘puntello’ per sostenere l’alleanza. Proprio l’ultimo posto disponibile nella coalizione è stato conteso dai due partiti ideologicamente e etnicamente opposti del Paese: Nacionālā Apvienība (Alleanza Nazionale, partito dei nazionalisti lettoni, 14 seggi nella nuova Seima), e Saskaņas Centrs (Centro dell’Armonia, partito della minoranza russa uscito trionfatore dalla tornata elettorale con 31 seggi).

A seguito di estenuanti consultazioni e colloqui informali, durante il fine settimana scorso è stato ufficializzato che il governo sarà formato dallo Zatlera Reformu Partija, da Vienotība (Unità) e da Nacionālā Apvienība (NA). Grande escluso il partito di maggioranza relativa, che pure è sembrato a lungo avere le giuste credenziali per l’ingresso nel governo.

Il premier uscente Valdis Dombrovskis è stato riconfermato nel suo ruolo. Il partito da lui guidato, Vienotība, ottiene il Ministero delle Finanze, del Welfare, della Difesa, della Salute e dell’Agricoltura. Il partito dell’ex-Presidente Zatlers (ZRP) conquista Interni, Esteri, Economia, Istruzione e Sviluppo Regionale. Infine, ai nazionalisti di NA va il Ministero della Giustizia e, soprattutto, quello della Cultura (fortemente desiderato dal partito).

L’esecutivo non ancora insediatosi si trova tuttavia a dover già fronteggiare numerosi rompicapi. La scelta di includere NA nella compagine di governo comporta a breve-medio termine la possibilità di una radicalizzazione nella dialettica fra le due componenti maggioritarie in Lettonia. L’esacerbarsi del rapporto è testimoniato anche da alcuni accadimenti particolarmente eloquenti.

Raivis Dzintars, leader di NA, ha già pubblicamente dichiarato che non intende proibire agli iscritti al partito la presenza alla Giornata del Legionario. Ogni 16 marzo, i nazionalisti lettoni commemorano la partecipazione alla II Guerra Mondiale dei compatrioti inquadrati nella 15esima e 19esima Waffen-Grenadier-Division der SS. Il premier Dombrovskis aveva tuttavia precedentemente dichiarato che nessun membro del governo avrebbe potuto presenziare a una celebrazione vista all’estero in maniera quantomeno critica. Un ulteriore nodo che rischia di incrinare i rapporti fra NA e ZRP (esasperando inoltre la cittadinanza russa) è il rifiuto di Nacionālā Apvienība di appoggiare la proposta di Zatlers volta a modificare lo status giuridico dei nepilsoņi (non-cittadini, per la quasi totalità russi), concedendo la cittadinanza a tutti i residenti in Lettonia nati dopo il 1991.

Proprio sull’attribuzione della cittadinanza si gioca infatti una partita delicatissima fra lettoni e russi. A novembre inizierà la raccolta di firme per rendere il russo seconda lingua ufficiale dello Stato. Gli organizzatori appartengono al movimento russofono Dzimtā Valoda (Madre Lingua), e sono già stati in grado di raccogliere le diecimila firme necessarie per poter avviare la seconda fase della proposta di legge popolare. Inoltre, il 17 ottobre insceneranno una manifestazione dinanzi al Parlamento per protestare contro l’esclusione del SC dal governo. Lo stesso Nil Ušakov, uno dei maggiorenti del partito nonché sindaco di Riga, ha invitato i membri di Saskaņas Centrs a partecipare all’iniziativa – seppur prendendo le distanze dall’estremismo ideologico di Madre Lingua.

Ancora, venerdì scorso nella capitale lettone si sono tenute due manifestazioni nel cuore del centro storico per sostenere il referendum sull’estensione della cittadinanza e per opporsi all’esclusione del SC, che hanno visto la partecipazione di centinaia di persone.

Infine nel mondo virtuale è dilagata una campagna di protesta mediatica, diffusa dai social network e comparsa anche sulla pagina Facebook del sindaco Ušakov, il cui slogan la dice lunga sulla situazione della Lettonia e sulla percezione che ha parte della cittadinanza riguardo alla propria condizione sociale e politica: Net ètničeskoj diskriminacii! No alla discriminazione etnica, scritto in alfabeto cirillico.

© Rivoluzione Liberale

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