Parigi – “Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad un recinto. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura”. L’urlo di chi, di fronte alla sconfinata immensità della natura, si sentiva a disagio, impaurito, angosciato, piccolo, solo e insignificante.

L’urlo di Edvard Munch, non presente come tela (gelosamente conservata al Museo Munch di Oslo, soprattutto in seguito ai due furti avvenuti rispettivamente nel 1994 e nel 2004), ma come costante sensazione, come infinita rappresentazione dello suo conturbante stato interiore, nell’esposizione dedicatagli fino al 21 gennaio al Centre Georges Pompidou, intitolata Edvard Munch: l’œil moderne e curata da Angela Lampe e Clément Cheroux, responsabili del Musée d’Art Moderne di Parigi.

Un’esposizione fortemente voluta dalle due curatrici, volta a valorizzare la feconda e prolifica relazione tra le sue opere di artista del ventesimo secolo e il suo interesse per le forme sensibili protagoniste dell’epoca moderna, realizzata in stretta collaborazione con il Museo Munch di Oslo, che ha gentilmente concesso cinquantanove dipinti, quarantanove fotografie d’epoca, ventiquattro lavori su carta, quattro film e una delle sue rare sculture.

Le pennellate, quindi, ondulate e fluttuanti, specchio di una visione antinaturalistica della realtà che lo circondava, e i colori, violentemente irreali e cruenti marcanti immagini sghembe, distorte, alterate e deformanti (che rivedremo nelle allucinate e serpentine scenografie di alcune pellicole del cinema tedesco degli anni ’10 e ’20 del secolo scorso come ne Il Golem di Paul Wegener e ne Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Weine) per sottolineare la sua caratteristica di pittore simbolista e pre-espressionista, ma anche il suo lato meno conosciuto, quello fotografico e cinematografico, per inscriverlo a tutti gli effetti tra modernità novecentesca e slancio avanguardista.

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