Non ci è mai capitato di concordare con Antonio Di Pietro, ma bisogna riconoscere che questa volta ha ragione. Si deve intervenire subito con una legge fortemente repressiva nei confronti della violenza, esplosa in piazza a Roma e che potrebbe propagarsi altrove.

Sbaglia il leader di IDV, soltanto quando definisce la nuova legislazione come speciale. Deve essere emanata una legge ordinaria e che possa valere per sempre.

Una posizione analoga è stata espressa dal Ministro degli Interni a Montecitorio.

Siamo convinti che la legge Reale era giusta ed è stato un errore indebolire i poteri dello Stato nei confronti del teppismo di piazza. Non è tanto, o non soltanto, un problema di inasprimento delle pene o di creazione di nuove fattispecie di reato, ma di necessario rafforzamento dei poteri della polizia, che oggi rischia molto nell’attività di ordine pubblico, senza adeguati strumenti e con le mani legate.

A Roma per poco un carabiniere non è stato ucciso dentro il blindato, cui è stato dato fuoco. A tutti è tornato alla mente quanto era successo a Genova in occasione del G8 e la persecuzione che ha dovuto subire il militare che, per salvare la sua vita, in quell’occasione ha sparato.

Qualche sindacato di polizia ha colto l’occasione per chiedere più fondi. Sarà necessario anche questo, ma non è il vero problema. In troppi balbettano, perché non hanno il coraggio di dire che si tratta, invece, di dare più poteri alle forze dell’ordine, sia per prevenire, che per reagire.

Negli USA, di fronte ad una manifestazione sostanzialmente folcloristica e senza alcun grave eccesso, sono stati fatti settecento arresti; a Roma, nonostante le violenze e le devastazioni solo dodici, forse un tredicesimo.

Questi numeri parlano da soli. La Polizia probabilmente sa chi sono tutti i facinorosi, ben organizzati, addestrati e coordinati da un unico centro di comando militarizzato, ma ha le mani legate da una legislazione permissiva, quindi complice.

La verità è che, dopo gli anni di piombo, si è, via via, smontata a pezzi la legge Reale, perché così era comodo ad una sinistra, che, per troppo tempo, ha usato la piazza come luogo di amplificazione delle proprie parole d’ordine,  di volta in volta, contro gli USA, Israele, la guerra, il Governo. Queste battaglie politiche, in democrazia, sono legittime, ma la loro sede naturale è il Parlamento. Eccitare la piazza è pericoloso e prima o poi si finisce col pagare il conto.

Ancora oggi alla Televisione di Stato è stato permesso a Diliberto ed a Ferrero di scagliarsi contro il rischio della “compressione dei diritti”, che potrebbe comportare la legge che il Parlamento si accinge a discutere.

Ma quale compressione e di quali diritti? Quello di partecipare alle manifestazioni incappucciati o col casco, per poter impunemente commettere atti di vera e propria guerriglia urbana? Questi sono diritti? Bella concezione del diritto da parte del comunista Diliberto, che è anche docente universitario di materie giuridiche. Ricordano quest’ultimo ed il compagno Ferrero, che negli anni settanta era in voga presso una teppaglia di assassini, che insanguinavano le piazze e vigliaccamente uccidevano inermi cittadini, il richiamo alla emozione del passamontagna? Abbiano il pudore di tacere, se non vogliono essere catalogati come gli eredi di quei “cattivi maestri”, che imperversavano in quel periodo buio in alcune Università italiane.

L’Italia ha pagato un prezzo troppo alto nella stagione del terrorismo e delle stragi. Ha continuato a pagare con altri morti e devastazioni in tutti questi anni, a causa di una legislazione debole e di uno Stato indulgente.

Come se i mascalzoni e gli assassini possano essere degnati del rango di nemici, la teoria del perdonismo ci ha ammorbato per anni. I condannati per quegli orribili misfatti, più volte intervistati dalle reti televisive, pubbliche e private, hanno ottenuto un ruolo da prime donne, come se fossero degli eroi e alcune amministrazioni pubbliche hanno loro offerto opportunità di lavoro, per ottenere la libertà vigilata o per il reinserimento a fine pena. Si tratta di segnali di debolezza, voluti da chi o ne è moralmente complice, ha qualcosa da nascondere, o ha paura.

Lo Stato non può aver paura. Esso non deve trattare né con la mafia, né con i terroristi. Deve proteggere i cittadini ed i beni pubblici con strumenti idonei a garantire una adeguata prevenzione, punendo in modo esemplare i colpevoli, anche senza leggi speciali, che i liberali aborriscono. Basta applicare il massimo delle pene edittali esistenti, o aumentarle con legge ordinaria, se sono ritenute insufficienti.

L’ultima considerazione va fatta doverosamente sulla inopportunità delle dichiarazioni del Vice Presidente del CSM. Non compete a lui dire cosa il Parlamento debba fare nell’esercizio del potere legislativo. Soprattutto è ipocrita e sospetto che, in un momento in cui l’opinione pubblica è preoccupata e frastornata, chi ha un ruolo così delicato, affermi che non è necessario rafforzare i poteri delle Forze dell’Ordine, per timore che quelli dei PM ne risultino indeboliti. Allora, vadano loro nelle piazze ad affrontare i teppisti ed a mettere a repentaglio la vita. Questi sono argomenti troppo seri, per piegarli ad un meschino gioco delle parti, in difesa del potere di una casta. In uno Stato di diritto autorità e responsabilità sono due facce della stessa medaglia.

Postultima notazione. E’ di queste ore un’ordinanza del Sindaco di Roma per sospendere le manifestazioni pubbliche per un mese nel centro della città. Decisione sacrosanta, ma non solo per un mese, per sempre: Roma è l’area museale a cielo aperto più grande del modo e va protetta. Cortei e manifestazioni dovrebbero essere vietati in tutta l’area del centro storico ed archeologico, individuando alcune zone adatte dove poter svolgere il sacrosanto diritto di radunarsi e manifestare. Il degrado di monumenti unici al mondo non può essere ulteriormente permesso, l’incolumità degli abitanti della zona deve essere salvaguardata, l’ordine pubblico deve essere garantito, come in molte altre città storiche di tutto il Mondo.

© Rivoluzione Liberale

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