Mentre i Paesi europei compiono immensi sacrifici per riaffermare la propria stabilità sui mercati, a volte rinunciando a diritti sociali conquistati a fatica negli ultimi decenni, l’Islanda è  riuscita a risollevarsi e ora non ha più bisogno degli aiuti del Fondo Monetario Internazionale per superare la crisi.

Lo dichiara lo stesso FMI in un rapporto recente: “Gli obiettivi fondamentali del programma sono stati raggiunti: il tasso di cambio si è stabilizzato, i conti pubblici sono avviati lungo un percorso sostenibile e sono stati fatti importanti progressi nella ricostruzione del settore finanziario. Il Governo è riuscito ad applicare le misure in modo eccellente, guadagnandosi una forte credibilità”.

La piccola Nazione (poco più di 320.000 abitanti su una superficie che copre un terzo dell’Italia) è stata la prima in Europa a sentire i devastanti effetti della crisi dei sub prime. Particolarmente esposta ai rischi della bolla, dato il modello finanziario neoliberista che aveva puntato sull’attrattività economica con conti online poco onerosi e remunerativi, l’Islanda nel giro di un paio d’anni era passata da una crescita galoppante (+11% nel 2007) a un debito pubblico triplo rispetto al Pil.

Oggi, pur non essendo in condizioni ottimali (la disoccupazione, ad esempio, rimane alta), è  indubbiamente avviata su un percorso di recupero che molti altri invidierebbero. Il Pil è aumentato del 2,2% nel 2011 e si prevede un incremento del 2,9% per il 2012, mentre il deficit pubblico è  sceso dell’1,4%. E questo nonostante i giudizi delle agenzie di rating che considerano adesso l’Islanda appena sopra al livello junk – spazzatura – mentre cinque mesi prima della crisi la promuovevano a pieni voti. Un simile risultato è  stato conseguito attraverso una decisione diametralmente opposta al percorso seguito da tutti gli altri Paesi: non pagare il debito e investire sulla crescita.

Attraverso un referendum il 93% dei cittadini islandesi si è  espresso contro la nazionalizzazione del debito originato dal settore bancario, che a ogni abitante dell’isola sarebbe costato circa 100 euro al mese per 15 anni e, seppur al costo di qualche seria tensione diplomatica con i governi inglese e olandese (principali detentori del credito), sembra che la scelta abbia funzionato. L’Islanda ha riottenuto l’accesso ai mercati dei capitali internazionali e ha riaffermato la propria capacità di crescita, facendo praticamente l’opposto di quanto considerato dai governi europei.

Certamente, se questa decisione fosse presa da altri Paesi, con economie dai volumi ben più significativi di quella islandese, i risultati potrebbero essere completamente diversi, ma questa ‘ribellione’ può fornirci due insegnamenti: il primo è  l’evidenza che i mercati si muovano ormai in maniera autonoma rispetto alle agenzie di rating il secondo è  che bisogna abbandonare quella che l’economista (premio Nobel) Paul Krugman sulle pagine del New York Times definisce l’“ossessione per il deficit”: le sole misure di austerità per tenere i conti in ordine non sono sufficienti al superamento della crisi in cui versiamo, e puntare l’attenzione sulle misure di crescita deve essere una parte essenziale della strategia europea. Islanda docet.

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