Della manifestazione di sabato scorso a Roma sono rimasti solo gli incidenti, le auto bruciate, le vetrine sfasciate, il pavè divelto. La discussione sull’aggressione animalesca di un’orda di barbari è andata avanti tra chi cercava di omologare tutto il movimento a quei vandali e chi tendeva a separare completamente le due cose. Di certo si è parlato poco del merito delle rivendicazioni della piazza.

L’evento di sabato è fallito clamorosamente sia per la bruttissima piega che ha preso, ma anche per la pochezza degli argomenti espressi, delle proposte e delle soluzioni. In effetti il movimento che per mesi ha discusso in maniera democratica, partecipativa, orizzontale e assembleare, che propugnava nuovi modelli economici che mettano al centro l’essere umano e i beni comuni, quando si è passati alla proposta è sembrato un po’ fiacco. Le rivendicazioni in sintesi erano due: non paghiamo più il debito e aumentiamo la spesa pubblica. Forse non ci volevano tutte queste assemblee per partorire soluzioni così geniali come, ad occhio, non ci vuole un premio Nobel per capire che le due cose sono in contraddizione.

Ma anche prese singolarmente le proposte non reggono. Partiamo dal “Non paghiamo il debito”. La scelta di non pagare i propri creditori è in primo luogo una scelta etica, nel senso che dà il via libera allo Stato a rubare i pochi risparmi sopravvissuti alla tassazione che le numerose famiglie italiane gli hanno affidato. Premia quindi l’inefficienza del carrozzone statale, le cricche, i parassiti e chi ha vissuto alle spalle della spesa pubblica e punisce chi ha risparmiato. In secondo luogo è una scelta anti-economica nel senso che i costi sarebbero superiori ai benefici perché, anche se pensassimo di non pagare solo i grandi creditori stranieri e i gruppi finanziari, andremmo a penalizzare famiglie e imprese. Le banche e le assicurazioni italiane che si vorrebbe colpire col ‘default controllato’ sono le stesse che detengono i risparmi delle famiglie e le stesse che non potrebbero più fornire credito alle imprese, mentre i gruppi e gli investitori stranieri scapperebbero senza mai più fare ritorno.

Sembra assurdo che chi per anni ha gridato al pericolo di una ‘deriva sudamericana’ nel nostro Paese, ora proponga una soluzione ‘argentina’ come il fallimento. Di questi tempi, per vedere gli effetti di un default, non serve varcare l’oceano, ma basta affacciarsi sull’altra sponda dell’Adriatico. In Grecia il rischio-default ha fatto volare in Svizzera oltre 200 miliardi di euro e non si tratta solo di avidi industriali e speculatori: negli aeroporti sono state trovate un sacco di persone normali, operai, disoccupati e anche suore che cercavano di portare in salvo i loro risparmi nelle valigie.

La seconda rivendicazione, che è la richiesta generica di “aumentare la spesa pubblica”, non farebbe che peggiorare la situazione perché porterebbe immediatamente al default e quindi ai problemi descritti prima. L’ulteriore contraddizione è che, anche nello sciagurato caso in cui si dichiarasse fallimento e si ripartisse da zero, gli indignados de noantri propongono l’aumento della spesa pubblica e la messa in moto dello stesso meccanismo che ci ha portato nell’attuale situazione di crisi.

Come ha scritto Ernesto Galli della Loggia in realtà il sentimento di “indignazione” è una reazione primitiva ed elementare che, nell’azione dei cretini si manifesta in rabbia, nichilismo e distruzione, mentre dal lato delle rivendicazioni politiche si manifesta in soluzioni banali e semplicistiche. Naturalmente il movimento, anche se propone soluzioni sbagliate, indica problemi reali; ma se il problema nasce dall’eccesso di debito e di spesa dello Stato, la soluzione non può che partire da una riduzione della mano pubblica e quindi privatizzazioni e liberalizzazioni.

Il paradosso del movimento è che la ‘società civile’, che si ritiene migliore, vuole abbattere l’intera classe politica che la governa chiedendo più Stato, ponendo quindi le condizioni per una nuova classe politica più potente e oppressiva. Chiede di eliminare il condizionamento del mercato passando all’oppressione dello Stato. Dalla padella nella brace.

© Rivoluzione Liberale

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3 COMMENTI

  1. Non sono affatto d’accordo! L’indignazione è fra le più alte virtù umane,tant’è che anche il Figlio di Dio si indigna in una determinata occasione (Mercanti nel tempio,non so se rende l’idea!)
    La causa del debito intanto è l’egoismo di alcuni:I politici che lo hanno creato con pratiche clientelari sugli appalti e i servizi e gli evasori fiscali che lo aggravano, facendo pagare di più a chi le tasse le paga,
    Eliminiamo gli sprechi,tanto per cominciare,tassiamo le rendite(non i risparmi,le rendite finanziarie,quelle ch ingrassano gli speculatori)tagliamo le tasse al ceto medio-basso e aumentiamole al ceto alto.Io sono del parere che in molti settori ci sia poco stato e troppo mercato;Come Keyenes aveva suggerito in momenti di crisi lo stato deve correggere le molte storture del mercato garantendo occupazione e assistenza.Lo stato al contrario del mercato,può essere soggetto alle norme della democrazia,e se il sistema è rappresentativo e permette agli elettori di scegliere allora è certamente meglio dell’mercato,mostro spietato,senza volto ne anima,governato da freddi numeri ed interessi.Obblighiamo le banche a finanziare le imprese e a tollerare ritardi nei pagamenti provocati dalla mancanza di liquidità, permettiamo ai comuni virtuosi di usare i soldi che hanno per sbloccare gli investimenti,consentiamo di scaricare le fatture dei professionisti dalle tasse,premiamo la fedeltà fiscale,controlliamo i movimenti di denaro sopra i mille euro,incentiviamo la maternità(+figli,+giovani lavoratori nel medio e lungo periodo,più contributi)(Si,io sono convinto che la pensione di anzianità sia giusta,perchè quarant’anni di lavoro mi sembrano abbastanza;anche se la vita si allunga, uno ha il diritto di godersela serenamente senza l’ignobile necessità di dover continuare a lavorare;se vuol farlo è una cosa,che debba farlo,cari liberali,è un altra!Inoltre chi va in pensione fa spazio ai giovani!)

    • Che la causa del debito sia la politica e lo Stato è indiscutibile, che la soluzione siano più tasse e più statalismo mi sembra un controsenso. Innanzitutto non so come distinguere tra rendite e risparmi, inoltre non mi va di ricordare che chi ha dei risparmi le tasse le ha già pagate, quindi la tassazione sulle “rendite” è una doppia tassazione.
      La cosa più assurda è che prima te la prendi con la classe politica e poi per tutte le proposte che avanzi chiedi più Stato e più politica.
      Quanto a Keynes lo lascerei da parte in quanto la crisi è più figlia del keynesismo e della cultura che i debiti si pagano con i debiti che non del liberismo.

      • Si,chiedo miglior stato e miglior politica,perchè ce n’è poco e poco buono dove dovrebbe esserci.
        Veramente l’idea di Keynes era di usare il debito per finanziare l’impresa e i consumi e ha salvato gli Stati Uniti.
        Le rendite,poi, in Italia,sono tassate al 12 %,in europa al 20, basta aumentarle dell’8% e i conti tornano.
        I risparmi infine. stanno in conti bancari o postali,le rendite sono quelle finanziarie .

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