Bruxelles – Lo scorso 28 settembre la Commissione ha presentato una proposta per l’introduzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie applicabile all’interno di tutti e 27 gli Stati Membri dell’Unione europea. Una tassa di questo tipo si applicherebbe a tutte le transazioni di strumenti finanziari tra enti finanziari per i quali almeno una controparte della transazione sia stabilita all’interno dell’UE. L’aliquota con la quale le transazioni verrebbero tassate è stata fissata allo 0,1% per quanto riguarda le azioni e le obbligazioni, mentre sarebbero tassati dello 0,01% i derivati. Con una tale imposta si genererebbero circa 57 miliardi di euro ogni anno. Questo gettito sarebbe condiviso tra UE e Stati membri. Parte dell’imposta sarebbe impiegata come risorsa propria dell’UE, riducendo così in una certa misura i contributi nazionali. Gli Stati membri avrebbero così la facoltà di incrementare i propri introiti applicando un tasso più elevato alle transazioni finanziarie.

Le motivazioni che hanno spinto la Commissione a fare una proposta concreta sono molteplici: innanzitutto, come ha anche avuto modo di ricordare il Presidente della Commissione Barroso nel suo discorso sugli Stati dell’Unione alla scorsa riunione plenaria del Parlamento europeo, è giusto che anche il settore finanziario dia il suo contributo per far fronte ai costi che la crisi economica ha generato. La Commissione inoltre ritiene che sia necessario un approccio coordinato a livello di Unione europea per rafforzare il mercato unico. Con una Imposta sulle Transazioni Finanziarie (ITF) infatti si ridurranno, questa è la speranza della Commissione, le distorsioni del mercato unico. Infine una ITF scoraggerebbe le transazioni che non contribuiscono all’efficienza dei mercati finanziari.

La proposta di una ITF non è certamente nuova e non la scopre di sicuro la Commissione, se ne parla infatti da più o meno quarant’anni come della medicina adatta a risolvere i problemi più disparati. Da ultimo, prima della Commissione, l’ha lanciata, nel caldo agostano, anche il binomio Merkel-Sarkò in versione super cooperazione iper-rafforzata. Uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, elenca i benefìci che potrebbero derivare da una simile tassa: dalla stabilizzazione dei mercati finanziari, una ITF ne ridurrebbe, infatti, le volatilità, alla riduzione delle contrattazioni a brevissimo termine, “questa probabilmente l’unica conseguenza certa di una tale imposta”, fino alla riduzione della speculazione “nella convinzione che questo tipo di attività sia un male in sé”.

Dunque la tassa proposta per primo da James Tobin negli anni ’70 e da quel momento in poi denominata Tobin Tax, sembrerebbe un’imposta ideale per riequilibrare le sorti della crisi finanziaria. In realtà una tale imposta potrebbe inserire nel settore finanziario anche numerosi effetti per così dire rischiosi. Una testimonianza in tal senso ci viene dal caso della Svezia, la quale a metà degli anni ’80 introdusse una tassazione sulle transazioni finanziarie, che durò poco più di cinque anni, dopodiché il governo svedese fu costretto a rimuoverla; troppi gli effetti negativi sull’economia reale. Fuga dei capitali verso paesi meno ‘tobineschi’, Londra nello specifico, aumento del costo dell’indebitamento per i governi, limiti alle espansioni societarie e alla raccolta di capitali.

Per concretamente arrivare ad una ITF veramente condivisa ed evitare distorsioni ulteriori dei mercati, sarebbe necessario inoltre avere un livello di condivisione che superi addirittura i confini dell’Unione europea, ovvero a livello di G20. Intanto però la Gran Bretagna, per ovvi motivi, ha già fatto sapere che userà l’arma del veto per bloccare la legislazione. Dunque, a livello di contrattazioni tra Stati membri le prospettive non sembrano delle più rosee.

Vanno quindi analizzati i rischi e gli effetti positivi di un’eventuale ITF come puntualizza ancora lo studio dell’IBL. Un’eventuale ITF non ricadrebbe soltanto sugli enti finanziari, infatti, “non bisogna dimenticare che la ITF non è una tassa sulla banche, ma sulle transazioni finanziarie e che” in un modo o nell’altro “andrà a colpire non la sola categoria dei banchieri, bensì, in maniera imprevedibile, tutti i cittadini”. D’altra parte però l’idea potrebbe anche non essere malvagia. Come precisa il Financial Times “l’intenzione originale di James Tobin era quella di buttare sabbia nelle ruote del mercato troppo efficiente. Oggi il mercato è tropo veloce e molto discutibilmente può essere definito efficiente. Dunque, sembra un’occasione ancora più importante per lanciarla quella sabbia. La cosa fondamentale è che non si mettano le aliquote troppo in alto come nel caso svedese. Se questo ridurrà – continua il giornale britannico – un po’ l’occupazione nella City, che così sia, vi saranno più persone libere per fare attività più utili socialmente. Inoltre una tassa di questo tipo potrebbe bilanciare di nuovo il Mercato Finanziario a vantaggio degli investitori di lungo periodo”.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI