Ludovico (Marco Rulli), giovane, ricco e belloccio, frequenta l’ultimo anno di Liceo Classico e ha da poco raggiunto la maggiore età. Rimasto orfano e possessore dell’ingente patrimonio genitoriale, gestito però dallo zio con il quale vive, losco cocainomane e incallito giocatore di poker, si dedica a relazioni torbide ed effimere con donne più grandi di lui, dividendosi alternativamente tra Silvia (Alessia Barela), la sua professoressa di lettere, e Laura (Rosa Pianeta), la madre del suo migliore amico. Un giorno però conosce Giulia (Elisabetta Rocchetti), ammaliante e inafferrabile, volubile e schiva, della quale s’innamora e per la quale soffre, proprio perché è diversa dalle altre che ha invece manipolato e con le quali ha avuto unicamente dei rapporti estemporanei. Quando però Giulia rivela la sua vera identità tutto sembra crollargli addosso, portandolo a toccare quasi il fondo. Quasi appunto perché proprio quella scoperta farà capire a Ludovico che è forse arrivato il momento di ritrovare sé stesso, per cominciare a vivere come quelli della sua età.

Totalmente autofinanziato e realizzato con un budget esiguo, il primo lungometraggio della romana Elisabetta Rocchetti ci restituisce uno spaccato della debole e problematica società d’oggigiorno, attraverso le storie incrociate di un diciottenne asociale, spregiudicato e apparentemente sicuro di sé, e di una serie di donne adulte, depresse e desolate, che nostalgicamente vogliono riappropriarsi della loro libertà sessuale inesorabilmente scalfita dal tempo che scorre. Ludovico, in realtà estremamente solo e solitario, cerca di colmare il suo vuoto esistenziale sfruttando la sola arma della bellezza, unicamente esteriore, per sedurre tutte le donne che lo circondano, tranne una, Giulia, che per la prima volta farà nascere in lui un sincero sentimento, spezzando la sua incessante ricerca di autoaffermazione personale e di sesso senza emotività.

Storie di giovani soli e alienati, tra ansie e incertezze, e storie di adulti disgraziati e tormentati, senza valori e alla ricerca di una gioventù ormai perduta. Temi visti e rivisti, triti e ritriti per un film ovvio e pressappochista che conferma la totale assenza di originalità del cinema italiano contemporaneo. Una girandola di cliché che imbarazza per la banalità e la prevedibilità della loro messa in scena, allineando Diciottanni – Il mondo ai miei piedi agli ancor peggiori filmacci mocciani. Restare a casa è caldamente consigliato.

CONDIVIDI