L’uccisione di Gheddafi, purtroppo anche nel modo brutale in cui è avvenuta, era l’unico epilogo possibile di una tragedia durata oltre un quarantennio. Il popolo libico, così a lungo vessato, ha reagito alla ferocia di un dittatore che non ha accettato di arrendersi, dichiarando che intendeva morire come un martire nella sua terra, incurante delle distruzioni e lutti che ciò comportava e, quindi, scrivendo lui stesso il capitolo inglorioso della sua fine.

Gheddafi indiscutibilmente ha concluso la sua vicenda umana e politica in modo più onorevole di altri tiranni, che sono fuggiti con la cassa o, come Saddam Hussein, che si era nascosto come un topo. Tuttavia il prezzo è stato altissimo, principalmente per l’ostinata resistenza, contro ogni logica, nella natale città di Sirte, che ha dovuto registrare moltissimi morti da entrambe le parti ed è stata di fatto rasa al suolo. Era quindi prevedibile che, se il dittatore fosse finito nelle mani degli insorti, come è avvenuto, sarebbe stato linciato, vilipeso ed ucciso, insieme ai suoi fedelissimi ed ai membri della sua famiglia, anche in considerazione della componente tribale, con gli odi ancestrali che comporta, elemento non secondario nella guerra civile che per oltre otto mesi ha insanguinato la Libia.

Le orrende immagini della fine di Gheddafi, non potevano non ricordare quelle della giustizia sommaria nei confronti di Mussolini a Dongo e del successivo vilipendio a Piazzale Loreto, che sicuramente costituiscono  il più brutto episodio della pur eroica Resistenza italiana.

L’odio covato a lungo ed i lutti di una cruenta guerra civile, come è avvenuto sempre nella storia della rivoluzioni, non possono che generare episodi di brutalità. Come sarebbe stato più edificante se il Rais fosse stato catturato e consegnato vivo ad un Tribunale Libico od internazionale! Purtroppo  la folla agisce d’impeto.

Finite le ostilità belliche, dopo l’entusiasmo della vittoria, il Comitato rivoluzionario provvisorio, si troverà di fronte ad enormi problemi; non solo quello di ricostruire un Paese devastato e di garantire un miglioramento delle condizioni economiche del popolo ormai stremato, ma quello ancor più difficile di comporre le divisioni tribali antiche, alimentate dalla cruenta guerra civile. Inoltre, dovrà evitare che l’estremismo islamico, pericolo sempre latente nei Paesi arabi, trovi spazi per tentare una egemonia o, comunque, per accendere nuovi contrasti.

I vincitori sostengono di voler instaurare regole democratiche e annunciano, al più presto, regolari elezioni. Ci auguriamo che ciò possa avvenire realmente e che si determino le condizioni politiche e di convivenza civile perché le delicata pianta della libertà possa germogliare e servire da modello per le nazioni vicine del mondo arabo.

L’Italia, come Paese europeo, che tradizionalmente ha avuto i rapporti più intensi con la Libia, dovrebbe avere un ruolo molto importante. Tuttavia i comportamenti equivoci del nostro Governo ed i rapporti personali del Premier col defunto dittatore, hanno avuto, durante la rivoluzione, un peso negativo, tanto che Francia e Gran Bretagna hanno, negli ultimi cruciali mesi, assunto la leadership delle operazioni belliche e si sono prenotate per avere una egemonia economica nel prossimo futuro, scalzando il nostro Paese che, pure, rappresenta attraverso l’ENI la prima realtà industriale della Libia.

Gli antichi e saldi legami col popolo libico, che, contrariamente a quanto sosteneva Gheddafi, non coltiva alcun odio nei nostri confronti per un passato coloniale che ha portato molti benefici, impongono uno sforzo enorme per risalire la china e riassumere il rango di potenza europea di riferimento.

© Rivoluzione Liberale

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