Gheddafi, come ha giustamente ricordato Stefania Craxi, ha  fatto una fine forse persino peggiore di quella che meritava per i lunghi anni di dittatura poliziesca e la spietata repressione delle manifestazioni di marzo. Ma sarà la Storia che giudicherà, certo senza indulgenza, la sua vita e il suo operato.  C’é da chiedersi ora i suoi veri sentimenti verso l’Italia. Qualche episodio vissuto personalmente può forse aiutare a far un poco di luce su quello che resta nell’insieme la storia  di un rapporto ambivalente e per alcuni versi indecifrabile.

Il colonnello era arrivato al potere con dichiarate intenzioni anticolonialiste. Nell’immediato, i “colonialisti” erano soprattutto gli inglesi, che sostenevano il Re Idris e fu soprattutto contro di loro che Gheddafi nutrì per vari decenni il suo odio (questo spiega perché siano stati gli inglesi, accanto ai francesi, i più spietati nei suoi confronti). Però non poteva ignorare il passato coloniale italiano e uno dei primi suoi provvedimenti fu quello di espellere i 17.000 italiani che ancora erano rimasti nella ex-colonia. Erano per lo più commercianti, professionisti, agricoltori: gente che sarebbe stata utile al Paese e che infatti Re Idris aveva lasciati indisturbati: ma per Gheddafi erano il simbolo di un passato da cancellare. Era l’anno 1970 e al Ministero degli Esteri c’era Aldo Moro. Nonostante l’indignazione che il provvedimento libico aveva suscitato in Italia, Moro era nel fondo disposto ad accettarlo, giacché vedeva con lucidità che solo così si sarebbe potuto voltare la pagina e riprendere con la Libia relazioni normali. Voleva soltanto che la partenza degli italiani avvenisse in condizioni dignitose, senza vessazioni fisiche o morali. Con la mediazione della Turchia, riuscì perciò a fissare un incontro col Ministro degli Esteri libico e questo incontro si tenne a Beirut, nel luglio di quell’anno, dove io ero Incaricato d’Affari. Non entro nei dettagli di quell’incontro: li ho descritti a sufficienza in un mio libro, Servizio di Stato, pubblicato nel  2007 dalla Editrice Rubbettino. Qui serve solo ricordare che la infinita pazienza di Aldo Moro fu premiata e l’incontro ebbe successo. Avemmo allora, tutti noi della delegazione italiana, la certezza che, una volta superato in modo accettabile il trauma dell’espulsione, si sarebbe aperta una pagina nuova nelle relazioni tra l’Italia e la sua ex-colonia.

Così fu, almeno se si guarda agli aspetti economici: l’lENI ottenne concessioni importanti e le nostre imprese contratti di grande portata. Nel corso dei decenni, l’Italia tornò ad essere il principale partner economico della Libia e questo non sarebbe stato possibile senza o contro la volontà del Rais. Questo spiega perché i nostri successivi governi (con l’eccezione di Craxi) mantennero con lui relazioni corrette e i nostri Servizi – pochi lo sanno – intervennero varie volte per salvarlo da colpi di stato contro di lui. Nel 1985, quando Gheddafi mandò due missili contro Lampedusa, questi rapporti parvero andare a pezzi: il Presidente Craxi contemplò seriamente la possibilità di inviare i nostri Tornado a bombardare Tripoli. Ma agli Esteri c’era Andreotti, che verso Gheddafi aveva sentimenti molto più indulgenti, e l’episodio fu superato, anche perché Andreotti capiva bene che i missili non erano diretti contro di noi ma contro la base americana nell’isola (e poi, in definitiva, erano caduti in mare senza fare danno). Nel 1992, altra possibile crisi: il prezzo del petrolio era drammaticamente crollato e l’ENI non era più in grado di pagare il prezzo convenuto con la Libia. Negoziare a livello politico era impossibile, perché sulla Libia gravava l’embargo dell’ONU.

Andreotti, nel frattempo ritornato a Palazzo Chigi, chiese a me, allora Direttore Generale degli Affari Economici, di andare in segreto a Tripoli e discutere il problema. Anche di questa missione ho raccontato tutto in Servizio di Stato. Qui vale ricordare che essa ebbe successo: Gheddafi non era a Tripoli e i suoi Ministri non potevano decidere nulla senza di lui. Quando tutto sembrava periclinare, il colonnello riapparve, ripeté tutte le vecchie recriminazioni contro il colonialismo italiano, però autorizzò il suo governo a rinegoziare con l’ENI.  Anche in quell’occasione, ebbi la chiara impressione che, per la Libia, l’Italia restava il partner preferito e anzi ci si rimproverava  una certa timidezza nell’espandere i nostri interessi, di fronte all’aggressività di inglesi, francesi e americani che, secondo i libici, cercavano solo di soppiantarci.

Questa la faccia buona della medaglia, l’altra é conosciuta: le ricorrenti sparate del colonello contro il passato coloniale italiane e le assurde esigenze di riparazioni. Però tendo a comprendere la pazienza dei nostri Governi (di centrosinistra e di centrodestra) nel guardare al sodo dei nostri interessi e cercare un componimento amichevole: avevano compreso tutti che il nostro avversario in Libia non era il Rais, ma alcuni dei nostri alleati europei e che Gheddafi era tutto sommato una garanzia per noi.  Berlusconi può quindi essere scusato per la sua politica della mano tesa: non, naturalmente, per l’indecoroso baciamano, che umiliava lui stesso e con lui, il nostro Paese.

Queste considerazioni vanno forse un po’ controcorrente rispetto ai sentimenti generali dopo la ignominiosa fine del dittatore libico. La questione da porsi oggi è però un’altra: che succederà dei nostri interessi in Libia? In un articolo di qualche mese fa, espressi l’opinione che il Governo aveva fatto la scelta giusta (quella necessaria, del resto, ma in politica fare quello che é necessario é talvolta prova di intelligenza, un’intelligenza che credo vada attribuita al Ministro Frattini) quando si era allineato alla risoluzione dell’ONU e all’azione della NATO che, senza di noi, non avrebbe potuto neppure iniziare. Le mosse  successive hanno confermato questa scelta e la risposta del Governo provvisorio di Tripoli é stata finora corretta. Ma i rischi restano: dobbiamo stare con gli occhi molto aperti per evitare che il duetto Sakozy-Cameron , un po’ comico tutto sommato, si muova a nostro danno. Non si tratta, ovviamente, di pretendere una sorta di monopolio post-coloniale in Libia (simile a quello che la Francia mantiene in molte delle sue ex-colonie africane), ma di difendere i nostri interessi esistenti  e se possibile ampliarli. Per questo, dobbiamo archiviare Gheddafi e i suoi sentimenti, chiaramente ambivalenti, verso l’Italia e aiutare sinceramente e generosamente la nuova Libia a ritrovare la strada della democrazia e della prosperità, contando per il resto su un patrimonio storico di vincoli che neppure la rivoluzione di primavera può cancellare.

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2 COMMENTI

  1. Caro Ambasciatore, il suo articolo, come sempre, è puntuale e pieno di quel realismo, che deve guidare sempre la politica estera. Personalmente distinguerei lerggermente la posizione francese da quella inglese. Questi ultimi fanno, come tutti, i propri interessi, i francesi tendono a scalzare l’Italia ed, innanzi tutto, a sostituire con la loro Total la nostra ENI.
    La morte di Gheddafi e la fine del regime, tuttavia, consentirebbe di aprire gli archivi libici e fare finalmente chiarezza sul tragico episodio dell’abbattimento il 28 giugno del 1980 del DC9 dell’Itavia, che volava da Bologna a Palermo, di cui ho fatto cenno nelle mia autobiografia, grazie ad alcune notizie riservate che avevo ottenuto.
    I libici conoscono tutta la verità su quella disastrosa battaglia aerea per troppo tempo negata, alla quale non furono estranee le forze armate francesi. Queste rivelazioni, che certo non farebbero onore al Governo italiano dell’epoca ed alla nostra aeronautica, che ostinatamente hanno continuato a negare, metterebbero tuttavia in grave imbarazzo chi lanciò il missile responsabile della strage, oltre a dare una doverosa, anche se tardiva, risposta ai familiari di quei morti innocenti.

  2. Un grazie all’Ambasciatore Jannuzzi per questo illuminante articolo sui rapporti tra l’Italia e la Libia. E un grazie al web magazine Rivoluzione liberale che è sempre aperto e attento ai contributi di alto profilo.

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