È successo di nuovo. Berlusconi, a quasi un anno di distanza dall’ultimo tentativo serio di spallata, è riuscito a rimanere in sella. Questa volta il toto-deputato ha fatto sudare freddo il Cavaliere. Tra le assenze giustificate, i falchi e gli insofferenti, la soglia dei 316 voti di maggioranza non era affatto scontata per il Governo tanto che La Russa aveva dichiarato: “se non raggiungiamo quota 315 Berlusconi salirà al Colle”. Sicuramente un avviso per quei malpancisti, scajoliani in testa, che da qualche settimana cercavano visibilità, operavano artifici per improbabili colpi scissionisti. Invece è andato tutto come spesso accade in Italia, nessun perdente ma tutti vincitori. Ma stavolta c’è il trucco! Se osserviamo la storia recente, le crisi di governo si sono concretizzate allo scadere dei 2 anni, 6 mesi ed un giorno. Un caso? No assolutamente. È frutto di una piccola e modesta riforma parlamentare (modifiche al Regolamento per gli assegni vitalizi dei deputati approvato dall’Ufficio di presidenza nel 1997) che regala indirettamente un solidissimo e compatto governo per quasi tutta la legislatura. Infatti gli onorevoli dovranno aspettare ben 4 anni, 6 mesi ed un giorno per poter andare in pensione. Ecco svelato l’arcano.

Ora, regolamenti a parte, un altro motivo che – inutile negarlo – permette a Berlusconi di rimanere saldamente in sella al suo destriero, affonda le radici indubbiamente nella congiuntura economica mondiale e nei meandri della politica nazionale. Che il berlusconismo sia ai suoi ultimi respiri è sotto gli occhi di tutti e questo, politicamente, scompiglia gli equilibri su cui si è costruita la “Seconda Repubblica”. Di fatti, in questi anni, sono tanti che hanno vissuto sulle spalle del Premier, da destra a sinistra. Il buon Di Pietro ci ha costruito un partito. Il compagno Bersani, oltre a chiedere le dimissioni a favore di non si sa quale programma, sta comprendendo che, nel caso il Cavaliere cadesse, rischierebbe di governare il paese senza cogliere le difficoltà in cui si imbatterebbe e di certo è preferibile che rimanga a “smacchiare i leopardi”. In tutto questo la lettera della BCE parla chiaro: privatizzazioni, liberalizzazioni e vendita del patrimonio demaniale dello Stato sono le uniche strade da percorrere per risanare il fardello del debito. Oltretutto, dopo il risultato referendario del giugno scorso, sarà dura per Vendola & Co. applicare certe politiche espressamente liberali.

Oramai, Berlusconi è l’unico a dover traghettare – nonostante sé stesso – il paese in acque meno burrascose. Il “sogno” del ‘94 ha perso la credibilità dei tempi migliori e a destra tremano all’idea che Silvio esca di scena – visto che il mare è pieno di delfini proclamati, autoproclamati, travestiti (Formigoni, Alfano, Maroni, Tremonti) – e trovare un accordo, un leader capace di sostituire il vecchio non è cosa semplice, serve tempo. Mentre a sinistra c’è il vuoto pneumatico: quale modo migliore per prender tempo se non lasciare che agonizzi chi ancora palleggia con la patata bollente?

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