Se c’è una cosa che è vietato dire a un giovane è che non ha voglia di rimboccarsi le maniche. Quasi un reato.

Si va nelle piazze a gridare il proprio malcontento, per scagliarsi contro l’immobilismo dello Stato, presunto reo di bruciare i sogni dei ragazzi. La disoccupazione, il precariato, i soprusi o i lavori sottopagati diventano lo ‘scudo’ per giustificare tutto: le pietre, le vetrine in frantumi, le città messe a ferro e fuoco, gli estintori lanciati per spegnere improbabili incendi. E’ il disagio di una generazione inoccupata a tempo indeterminato, inascoltata e per questo motivo arrabbiata. Indignata diremmo oggi. Un’orda urlante e minacciosa che in fondo è il ritratto dell’infelicità.

Le distinzioni sono tuttavia doverose, un esercizio utile per evitare banali generalizzazioni e buttare nel calderone tutto e tutti: ‘sfascisti’, black bloc, manifestanti pacifici anche se indignati, padri di famiglia in cassintegrazione, studenti fuori sede e senza futuro, ecc.  Sia ben chiaro: guai a non farsi sentire quando i dati sulla disoccupazione giovanile sfiorano il 40% in alcune regioni. E’ legittimo sollecitare un Governo che in fatto di politiche del lavoro fa poco o nulla, ma il fenomeno va inquadrato anche sotto un’altra prospettiva.

Vogliono tutti lavorare, ma poi a lavorare ci vanno davvero in pochi. Secondo alcuni dati diffusi dalla Confartigianato ci sono settori che non sono stati nemmeno sfiorati dalla crisi, anzi, sono alla disperata ricerca di manodopera. Qualche esempio? Tessitori e maglieristi, addetti all’edilizia, tagliatori di pietre, scalpellini, marmisti, pasticceri, gelatai, pavimentatori, sarti e modellisti. La lista è lunghissima e comprende anche estetisti, parrucchieri, falegnami, spedizionieri, cuochi, conciatori di pelle, meccanici, saldatori, baristi, conduttori di macchine da terra e di robot industriali, tecnici meccanici, fisioterapisti, fabbri, macellai, idraulici, elettrotecnici. A questi si aggiungono i panettieri e i pastai, introvabili soprattutto al settentrione. Altissime percentuali di posti vacanti con assunzioni certe e stipendi tutt’altro che trascurabili: un panettiere può arrivare a guadagnare anche 2.500 euro al mese.

Il vecchio adagio ‘Prendi l’arte e mettila da parte’ diventa davvero un motto da diffondere a livello nazionale. Capire quali siano i motivi che spingono le nuove leve a rimanere indifferenti a tutti questi settori appare più complicato. Da un lato c’è uno snobismo tutto nostrano, di una visione della vita che vorrebbe il ‘figlio di’ sistemato in qualche ufficio a sbrigare pratiche magari con contratto a tempo indeterminato, otto ore al giorno, tredicesima e quattordicesima; dall’altro c’è l’indolenza verso il sacrificio, lo sporcarsi le mani, di chi si adagia al calduccio di casa con la scusa del ‘tanto qualcosa farò’. La famiglia, il più grande ammortizzatore sociale che esista al giorno d’oggi, tende a proteggere quando magari dovrebbe pungolare di più i figli. I modelli culturali odierni hanno consentito che si arrivasse a tutto ciò, a ritenere degni di scarsa considerazione mestieri che invece rappresentano (e continueranno a rappresentare) l’ossatura dell’Italia. Giusto l’essere ambiziosi e migliorarsi, ma l’umiltà di fare qualche passo indietro per poi prendere la rincorsa forse non esiste a queste latitudini. E’ questo il primo grande lavoro da fare: una gavetta culturale vita natural durante.

Eppure a ben vedere sono migliaia le richieste di partecipazione ai concorsi statali ed è in crescente aumento l’aspirazione a diventare medico, avvocato (la Campania ne possiede il doppio della Francia) o giornalista. Tutte professioni rispettabili, ci mancherebbe, ma che hanno saturato diverse fette di mercato. Giova ricordare a questo proposito che, nel nostro Paese, il 90% delle attività è costituito da piccole e medie imprese. Non si creda poi che per diventare panettiere non serva la formazione, altroché. E’ un requisito fondamentale, insieme alla predisposizione e alla motivazione.

Purtroppo per la ‘voglia’ e la motivazione i corsi sono sempre aperti ma non ci s’iscrive nessuno.

© Rivoluzione Liberale

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