Lo spunto di questo romanzo – Dove eravate tutti –  che amiamo definire storico e filosofico, a metà tra il saggio e il racconto, è un episodio di cronaca realmente accaduto qualche anno fa: un professore esasperato investe con l’auto due studenti e da tranquillo insegnate diviene un indagato per lesioni plurime aggravate. Lo ricorda alla fine del volume (che sembra scritto di getto, in pochi giorni) nella ‘Nota dell’autore’, Paolo Di Paolo, 28enne romano che già nel 2003 entrò nella finale del premio “Italo Calvino”, sezione inediti, con Nuovi cieli, nuove carte, per poi dar vita ad altri volumi di medio successo tra cui libri-intervista con alcuni importanti narratori italiani.

Oggi, invece, entra nelle librerie con una scommessa ponderosa supportata dal colosso Feltrinelli, in bella mostra ‘a parete’ nei più importanti rivenditori italiani. Confezione di lusso in brossura, bella copertina rappresentata da una suggestiva fotografia di André Kertéz (artista di origine ungherese, considerato  tra i maggiori del XX secolo).

“L’Italia non esiste. Esiste solo quando dicono «in Italia» per dire qualcosa che altrove va meglio che qui”. E’ una delle svariate conclusioni cui giunge Di Paolo con l’autorità di un navigato psico/filosofo/storico, attraverso le circa centoventi pagine di un romanzo che palesa, a nostro avviso, anche un minimo di autobiografismo. E forse, almeno per quanto riguarda gli ultimi diciassette anni, l’amara constatazione scaturisce dalla incombente presenza di Silvio Berlusconi, attuale presidente del Consiglio. Eppure a quest’Italia l’autore mostra di voler bene, quando, per esempio, fa dire al protagonista Italo Tramontana – voce narrante della vicenda -, che la sua maestra “per Natale (…) propose la realizzazione di un plastico” del Belpaese. “Fui scelto per disegnare la sagoma su una tavola di legno (…) Di fronte a genitori e nonni (…) fui sempre io a leggere (…) un testo edificante sull’unità del paese. L’ideologo della Lega Nord aveva parlato (…) di un’Italia da dividere in tre”. La maestra ripeteva «questi signori vogliono fare a pezzi il nostro paese, noi non dobbiamo permetterlo, vero bambini?»”.

Berlusconi ritorna nell’esposizione con voluta insistenza, allo scopo di dare una rassegnata connotazione politica ai ricordi di Italo, ormai a un passo dalla tesi di laurea. “Mi sento costretto a concludere che niente di decisivo nella mia vita fin qui è accaduto senza che ci fosse, da qualche parte, Silvio Berlusconi. (…) Potrà sembrare strano, ma l’Italia prima di lui, o senza lui, per me non è mai esistita. La giovinezza di una generazione ha coinciso con lui. E non c’è più tempo”.

E difatti questo libro – nella sua parte di analisi storico/politica – parla di una progenie che non ha avuto ideali, ad esempio, paragonabili – per rabbia o intensità – a quelli dei giovani che l’hanno preceduta. Perché qualcosa, o meglio qualcuno ha impedito che questi sogni ad occhi aperti prendessero corpo nelle coscienze. Generazione vittima di una sopita voglia di leggere libri e giornali, di sapere cosa vi fosse prima, per capirne meglio le conseguenze e farsi un’idea su cosa fare nel presente per edificare un Paese migliore e più libero. Una generazione, ancora, che per Di Paolo è stata narcotizzata, imbambolata da stregoni col sorriso di legno, i quali è come se avessero detto, più o meno: «Voi statevene buoni, che alle cose importanti ci pensiamo noi», con le conseguenze che oggi stiamo pagando. La promessa di un beffardo Paese dei balocchi.

Una leva formatasi al tempo in cui gli italiani all’incirca nel mezzo degli anni Ottanta del secolo scorso, erano convinti di potersi costruire la felicità, di fare soldi o di averne già fatti abbastanza, per poi scoprirsi vittime di un ciclopico scherzo. “Ma troppe cose sfuggono – pensa Italo. Prive di motivazioni logiche, restano cieche e inaccessibili a me, agli storici e a tutti”. Chi si è salvato dallo scherzo, è perché ha fatto sempre tutto da solo, osservando gli altri, il resto del mondo, un po’ distante. A volte con curiosità, sorpresa. A volte con paura, disgusto o noia.

Dell’autore, da subito, si avverte una malinconia e una rabbia tenuta a bada, sentimenti espressi in un linguaggio spesso poetico e strettamente attuale.

Italo/Paolo analizza il rapporto fra genitori – anche prima di divenire tali – e figli. E nel disegnare la figura del padre visto come un uomo messo in mezzo da un accadimento ambiguo, sembra voler pensare e descrivere l’immagine di un essere umano ormai in pensione, interiormente solo, unico interlocutore di se stesso nel prendere atto di delusioni, disillusioni, ambizioni fallite o messe a tacere. Non solo sconforto, comunque. A tratti Paolo Di Paolo si scioglie, con contenuti e descrizioni e linguaggio leggeri, lasciando spazio con maestria a una giusta dose di amarognola ironia.

Le tantissime digressioni che interrompono la vicenda del romanzo – fitta di dialoghi ben congegnati e spontanei – ricordano, ad esempio, quelle cui ci ha abituato Diego De Silva (in tutt’altro genere) nello scrivere le esilaranti vicissitudini dell’avvocato Malinconico. Una storia/albero di Natale da osservare e tante riflessioni/palline da appendervi sopra. La narrazione procede lentamente, ma i pensieri dell’autore non possono essere frenati, anche a costo di inceppare, a tratti, la scorrevolezza del racconto.

Durante l’intera storia sono diverse le direzioni in cui Paolo Di Paolo ci propone di incamminarci. Un proposito che rende palese la vivacità, l’elettricità del pensiero dello scrittore capitolino. Che qui dà davvero prova di avere una miriade di cose da dire. Da ciò discende l’impressione di un’ansia positiva di intrattenersi su un po’ di tutto. Uno slancio entusiastico che a volte può stordire ma che a ben vedere ci mostra come può essere sfruttato il cervello di un uomo.

Paolo Di Paolo, Dove eravate tutti (2011; Feltrinelli; pp. 219; € 15,00).

© Rivoluzione Liberale

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