Raffaele Cantone, procuratore antimafia di Napoli fino al 2007, ora lavora presso il Massimario della cassazione. Raffaele Cantone è un fiume in piena quando parla agli studenti dell’Università Luiss Guido Carli di Roma in occasione del seminario sulla camorra organizzato dal Prof. Carmona. Ha la passione civile di trasmettere agli altri la responsabilità dell’antimafia. Lo si vede, guardandolo negli occhi, emozionato, quando inizia a parlare: “Non ho la presunzione di essere un “camorrologo”; in questi anni mi sono prevalentemente occupato del clan dei Casalesi. E ho notato che la situazione criminale della Campania è diversa dalle situazioni di Sicilia e Calabria”. E poi aggiunge un particolare davvero raccapricciante: “Le organizzazioni mafiose si stanno sempre più trasformando da organizzazioni criminali ad agenzie di servizi per le istituzioni”. Il primo aspetto che mette in luce è la sottovalutazione della camorra:”Essa è sempre stata la più sottovalutata. Nella visione che veniva data dai sociologi la camorra era considerata mafietta. L’approccio dei media, ma anche degli studiosi, era questo: è una mafia minore sia per l’organizzazione che per la struttura. L’attrazione più importante, per loro, era Napoli, dove si concentra una camorra diversa da quella della provincia. E l’approccio era teso a valorizzare gli aspetti oleografici del fenomeno; i mezzi di telecomunicazione di massa venivano a Napoli per cogliere lo scippo per strada e altri gesti di micro criminalità, dando così una visione di banditismo tipica di ogni città. E questo meccanismo nasce da un’impostazione sociologica: Isaia Sales e gli altri tendevano ad evidenziare la natura plebea della camorra, contrapponendola alla mafia: c’era una sorta di valutazionepositiva del fenomeno camorra. Emblematico è quello che accade negli anni ’80, quando del clan Nuvoletta si occupava solo un giornalista non ancora assunto dal Mattino, Siani, che viene assassinato dalla camorra”. Il secondo tema che Cantone tocca è l’origine storica del fenomeno camorra: “Storicamente la camorra è il fenomeno più antico; ce ne sono tracce fin dal 1600, tant’è che gran parte degli studiosi tende ad identificare in Spagna la camorra. Del nome camorra non è nota l’origine. I camorristi non utilizzano questo termine, ma fanno riferimento al “sistema”. Ci sono tre teorie sull’origine del sostantivo camorra: secondo alcuni, deriverebbe da una giacca dei banditi spagnoli, denominata “gumurri”; secondo altri, “morra” sarebbe stato il gioco d’azzardo gestito dai camorristi; secondo altri ancora, “morra” starebbe ad indicare una frotta di persone, un gruppo di malfattori. Durante i Borboni svolge un ruolo importante: essi appaltano alla camorra il controllo del popolo (Goethe diceva nel suo viaggio a Napoli: “Sono venuto in un paradiso abitato da diavoli”). Ma la camorra si struttura nel trapasso dallo Stato Borbonico allo Stato unitario. E’ il Prefetto Romano che istituzionalizza la camorra: i capi-zona entrano nell’esercito Borbonico e ad essi vengono affidati compiti di polizia. Quella istituzionalizzazione del 1860 è una ragione per cui la camorra inizia a capire il controllo delle attività politiche. Dall’inizio degli anni ’80 si verifica il vero mutamento: Raffaele Cutolo cerca di unificare la camorra, per la prima volta, perché fino a questo momento si parla di camorre. L’organizzazione della camorra è orizzontale: in ogni quartiere di Napoli c’è un clan o più di un clan, con un controllo massiccio delle attività illecite, con una tendenza spiccata alla violenza e con grandi contrapposizioni che spesso riguardano la singola strada. C’è un grandissimo controllo del territorio in città. Nella provincia la camorra è molto più mafiosa. La mafia ha una impostazione di tipo familistico e un grande interesse per le attività economiche legali. Raffaele Cutolo cerca di organizzare i clan secondo un welfare camorristico: stipendi, pagamento di spese legali e mediche, e soprattutto cerca di imporre una tassa sul contrabbando. Cutolo cerca, appoggiandosi alla ‘ndrangheta, di mettere in discussione l’egemonia dei mafiosi”. Ripercorrendo la storia della camorra, si arriva ai fatidici anni ’90: “I Casalesi, poi, negli anni ’90, inventano il traffico dei rifiuti tossici; con la complicità di imprenditori del Nord, istituzionalizzano il mercato: ognuno tiene un po’di rifiuti nel suo territorio con guadagni astronomici. Uno degli imprenditori assassinato di recente, che si occupava di rifiuti negli anni ’90, possedeva aerei, macchine e attività di smaltimento dei rifiuti al nord. Nel 2004 diventa l’interlocutore privilegiato della commissione straordinaria per la gestione dei rifiuti, e quando viene arrestato vanta 17 milioni di euro di crediti verso la stessa commissione. Nella metà degli anni ’90, il più grande affare, accanto all’edilizia, diventa quello dei rifiuti tossici interrati sotto i laghi artificiali e negli assi viari fra Napoli e Caserta. Nella zona di Secondigliano si è creato il più grande mercato di droga a cielo aperto, dove la famiglia Di Lauro ha creato una organizzazione di spaccio. Nessuno si accorge di quali erano gli interessi, di quante attività economiche erano state comperate da Di Lauro. Si crea poi una guerra interna quando Di Lauro decide di nominare il suo successore, indicando il figlio: si crea la faida che nel 2005 ha portato a più di 200 morti nella provincia di Napoli. Gli attuali camorristi sono sempre più strutturati nel controllo di intere filiere di attività economiche: la camorra attuale ha capito che non serve l’estorsione, ma il controllo del mercato. Nel 2004-05 la procura di Napoli avvia un’indagine sulla vendita di latte in provincia di Caserta: si scopre che in quella provincia Tanzi aveva affidato la vendita del latte agli Zagaria, riconoscendogli benefit che a nessuno aveva mai riconosciuto, perché essa consentiva una grande penetrazione nel mercato”.

Un grazie sentito a un magistrato come Raffaele Cantone, che si  è impegnato per anni contro la camorra. Viene ancor più spontaneo stimarlo quando, alla domanda sul perché non abbia accettato di candidarsi a sindaco di Napoli, risponde: “Io non credo che uno come me che sa sfogliare un codice ed eventualmente trovare la fattispecie di reato, sia automaticamente un buon amministratore.”

CONDIVIDI