L’asse Sarkò-Merkel, risponde all’Italia con note diplomatiche di chiarimento sulle risate naif che hanno fisiologicamente contagiato la platea del vertice, ben chiosando la generale credibilità residua del nostro paese. Il riso del direttorio della crisi franco-tedesco avvalora quella drammatica nota realtà che, da troppo tempo, eclissa il nostro paese, colpito nell’economia dalla paralisi governativa bacchettata dai pazienti mercati.

Sullo sfondo a Roma una scalpitante Lega che, per non perdere la faccia di Pontida, punta i piedi in Consiglio dei Ministri sulla riforma delle pensioni a 67 anni, mentre è allo studio l’ipotesi alternativa dello scalone Maroni che però non dovrebbe essere percorribile poiché non sufficiente a quadrare le garanzie europee. Nel frattempo Berlusconi di corsa sale al Quirinale, pare sia disposto, da indiscrezioni, ad “un passo indietro per un governo Letta”. Di tutta risposta il Pd, chiamato alla responsabilità, fa sapere che non vuole fare cassa sulle pensioni ma si dice “disposto a sostenere una riforma delle pensioni”.

Un quadro questo, nel quale ora appare chiara la reale possibilità di trasformazione del sistema politico. La scadenza dell’Europa sul Decreto Sviluppo, preme le porte del cambiamento sapendo che se la politica non farà la sua parte, di certo i mercati con l’aumento dei tassi d’interesse ci costringeranno ad essere un serio paese all’altezza delle aspettative. Se dunque l’Italia non riuscirà a soddisfare le richieste dell’Europa, la scure della ragionevolezza dei mercati moltiplicherà i danni obbligandoci a bussare al fondo salva-stati. L’impresa ed il risparmio privato, non meritano ulteriori declassamenti che sono imputabili alla crisi politica di uno statalismo-federalista e centralizzatore nella gestione delle risorse.

Tagliare ogni spreco, semplificare e sburocratizzare la pubblica amministrazione, riformare un mercato del lavoro rendendolo flessibile ma non precario, liberalizzare e privatizzare sembrano imperativi categorici che possono solo che rilanciare la crescita del paese. Oggi però più che riforme liberali si vede il tramonto di un’era, a cui il lumicino presto verrà spento nell’interesse del paese e senza rimpianti.

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