Henri-Benjamin Constant de Rebecque (1767 – 1830), scrittore e politico liberale francese, nella celebre conferenza parigina del 1819, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, espone un grande classico del pensiero liberale. Constant sostiene che la libertà degli antichi è autonomia politica collettiva mentre quella dei moderni è libertà privata individuale: “L’indipendenza individuale è il primo bisogno dei moderni (…) la vera libertà moderna. La libertà politica ne è la garanzia; la libertà politica è perciò indispensabile. Ma chiedere ai popoli di oggi di sacrificare come facevano quelli di una volta la totalità della libertà individuale alla libertà politica è il mezzo più sicuro per staccarli dalla prima, per poi, raggiunto questo risultato, privarli anche dell’altra”.

Il carattere rappresentativo dei governi, del tutto assente nelle poleis greche, democratiche o aristocratiche, e negli altri regimi dell’antichità, è per Constant una delle caratteristiche fondamentali della politica moderna, mentre la libertà degli antichi consisteva nell’esercitare direttamente, e collettivamente, molte funzioni della sovranità. Nell’antica Grecia, in particolare, vigeva una libertà collettiva compatibile con l’asservimento dell’individuo all’autorità dell’insieme, attraverso istituti come l’ostracismo ateniese e il controllo censorio della vita privata spartana per opera degli efori. Gli antichi erano, per Constant, “macchine di cui la legge regolava le molle e faceva scattare i congegni”.

Nelle società moderne, al contrario, Constant ritiene che per libertà s’intende “il diritto di non essere sottoposto che alle leggi, di non poter essere né arrestato, né tenuto in carcere, né condannato a morte, né maltrattato in alcun altro modo, causa della volontà arbitraria di uno o più individui. E’ per ognuno il diritto di esprimere la propria opinione, di scegliere il proprio lavoro e di esercitarlo; di disporre della sua proprietà e perfino di abusarne, di andare e di venire senza chiedere permessi, e senza rendere conto delle sue intenzioni e dei suoi passi. E’, per ognuno, il diritto di unirsi con altri individui, sia per ragione dei propri interessi, sia per professare il culto che egli e i suoi associati preferiscono, sia semplicemente per occupare il proprio tempo nel modo più conforme alle proprie inclinazioni e fantasie. E infine è il diritto, per ognuno, di esercitare la propria influenza sull’amministrazione del governo, sia concorrendo alla nomina di tutti o di alcuni dei funzionari, sia con rimostranze, petizioni, domande, che l’autorità è in qualche modo obbligata a prendere in considerazione”.

Secondo Constant, l’autodeterminazione politica continua comunque ad avere un valore fondamentale, perché è un mezzo essenziale per conoscere e migliorare se stessi attraverso la discussione pubblica, anche se egli ritiene che la libertà degli antichi non è più praticabile per quattro motivi fondamentali. Primo, la maggiore estensione dello Stato attenua l’importanza politica del singolo cittadino, rendendo improponibile il sacrificio della libertà privata alla partecipazione politica. Secondo, l’abolizione della schiavitù ha eliminato il tempo libero da dedicare alla politica: oggi tutti devono lavorare. Terzo, il commercio, che domina la vita delle nazioni, non lascia, come la guerra, intervalli d’inattività: gli individui preferiscono dedicarsi alle attività economiche piuttosto che alla discussione politica. Quarto, il commercio è direttamente proporzionale all’interesse per la libertà individuale di soddisfare i propri bisogni, e non si concilia con la sophrosyne (dominio di sé) richiesta al cittadino antico. Solo ad Atene, sostiene Constant, ci sono tracce di una tale libertà privata: Atene è una città di commercianti e l’interesse del commercio è la libertà dall’interferenza del potere pubblico, in funzione della piena realizzazione dell’individuo attraverso il lavoro.

La libertà dei moderni è dunque per Constant la libertà del mercato e dei privati nel mercato. Egli non nega comunque l’interdipendenza ideale fra le libertà private e la libertà pubblica. Nelle comunità di conoscenza, ad esempio, l’interdipendenza fra le libertà personali e collettive si rivela indispensabile. La socratica libertà individuale, ossia la possibilità del singolo di produrre e di condividere informazione, non potrebbe sussistere senza la libertà collettiva del pubblico di accedere e di interagire con quanto l’individuo afferma e diffonde. Nel contempo, non potrebbe esserci autodeterminazione della comunità di conoscenza se non fosse riconosciuta e garantita la libertà individuale di produrre e di condividere informazione. In sostanza, l’esperienza di queste comunità, che prima della diffusione della Rete è stata marginale, assume nella società contemporanea un significato rivoluzionario: oggi l’individuo, a differenza degli antichi che avevano la possibilità di “partecipare direttamente alle decisioni dello Stato”, può comunque prendere parte a una sfera pubblica diversa da quella politica, intrinsecamente non coercitiva e, soprattutto, partecipativa in quanto animata dai social media.

Per l’autore francese la differenza sul concetto di libertà fra antichi e moderni è comunque sostanziale: gli antichi non avevano indipendenza privata, né garanzie costituzionali, né libertà civile; la loro libertà era, in definitiva, un dispotismo di Stato con assoluta sovranità sui cittadini. I moderni invece mirano alla libertà dell’individuo in tutte le sue forme e le sue manifestazioni. Nella partecipazione al governo non vedono che i modi per garantire l’indipendenza personale e legittima e non vogliono, come volevano gli antichi, sacrificare l’individuo allo Stato.
Il saggio di Constant mette in luce l’atteggiamento politico del primo liberalismo, legato ancora alle premesse dell’Illuminismo, e la sua importanza è rilevante per intendere il pensiero politico che influisce sulla preparazione dei nuovi diritti di libertà che si affermano tra Ottocento e Novecento. Riferendosi a se stesso, Constant afferma: “Ho sempre difeso il medesimo principio: libertà in tutto; e per libertà intendo il trionfo dell’individualità, tanto sull’autorità che dovrebbe governare con il dispotismo, quanto sulle masse che reclamano il diritto di asservire la minoranza alla maggioranza. Il dispotismo non ha alcun diritto sull’opinione personale e ciò che è individuale non dovrebbe essere sottomesso al potere sociale”.

Da queste parole traspare la capacità dell’autore francese di anticipare le problematiche e le sfide del liberalismo: il matrimonio a termine con la democrazia e, soprattutto, il dover fronteggiare l’assalto impietoso del principio di maggioranza. Per Constant la libertà degli antichi, che trovava forma nella democrazia diretta ateniese, non corrispondeva al coronamento della libertà: la guerra era l’attività primaria delle società, lo schiavismo il suo necessario corollario. La forza della libertà dei moderni, invece, deriva da un’altra attività: il commercio. “Il commercio ispira agli uomini un vivo amore per l’indipendenza individuale: provvede ai loro bisogni, soddisfa i loro desideri, e questo senza l’intervento dell’autorità”. L’esperienza del mercato creerebbe una sorta di anticorpo naturale al virus del dispotismo, perché “ogniqualvolta i governi pretendono di farsi i nostri affari, li fanno peggio e più dispendiosamente di noi”. Per questo motivo, per i molteplici impegni che la vita moderna porta con sé e per l’estensione superiore degli Stati, Constant sostiene che la libertà dei moderni, a differenza di quella degli antichi, non è “partecipazione” nel dominio dell’uomo sull’uomo e non risiede negli ingranaggi del potere collettivo, al contrario, “la nostra libertà sta nel tranquillo godimento dell’indipendenza individuale”.

Nella Nota sulla sovranità, Constant evidenzia inoltre la sua diffidenza nei confronti del potere della maggioranza, in quanto “il consenso della maggioranza non è per nulla sufficiente a legittimare i suoi atti: e quando una qualsiasi autorità commette atti criminali, poco importa da quale fonte essa dichiari di derivare; poco importa che si chiami individuo o nazione, perché sarà l’intera nazione, meno il cittadino che essa opprime, a non essere più legittima”.

Responsabilità e diritti individuali, giustizia e legittimità sono i pilastri del liberalismo di Constant. Una lezione di libertà che i liberali di oggi non possono sottovalutare, alla luce della sua dicotomia fra libertà degli antichi e libertà dei moderni che suscita, tuttora, un dibattito sui rapporti fra libertà politica e civile, cittadino e Stato, diritti dell’individuo e soprusi del potere. La teoria e la pratica dei limiti del potere rappresentano la preoccupazione maggiore dei moderni. Di conseguenza, la restaurazione del mito antico della libertà implicherebbe la rinuncia a concepire la libertà in termini di ricerca della felicità e della realizzazione personale, e riabiliterebbe un certo tipo di sacrificio dell’individuo sottoposto allo Stato, per i moderni inaccettabile e socialmente inutile.

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1 COMMENTO

  1. Ottimo articolo, i miei complimenti all’ autore.
    Da notare come il buon Benjamin, pur rilevando l’ importanza capitale della libertà politica, non la anteponesse alle libertà individuali (come accadrà con la lettura in chiave giacobina delle scritture di Rousseau).
    La libertà politica, intesa come garanzia delle libertà civili è un concetto cardine del pensiero dell’ auore francese e del pensiero liberale moderno.
    Ciò che caratterizza il pensiero di Constant, e ne delinea i tratti puramente liberali, è infatti la sua tecnica costituzionale: per la prima volta nella storia (se escludiamo l’ opera pionieristica di Locke) viene messo l’ individuo (con i suoi diritti e le sue libertà) al centro dello scenario politico e sociale.
    Ora è lo Stato ad essere asservito alla persona e non viceversa. Una rivoluozione copernicana, questa, che è ben esemplificata dall’ imagine di una sfera privata intangibile da chicchessia, Stato compreso.
    Purtroppo la complessità delle società moderne ed una politica discutibile, hanno contribuito ad indebolire la forza di questo messaggio.
    Troppe volte la libertà viene confusa con concetti ad essa alieni (vedi: giustizia sociale, senso comune della morale, dogmi religiosi, etc…) e da questi cannibalizzata.
    Forse è arrivato il momento di riprenderci la nostra dignità di UOMINI PENSANTI.
    E credo che sia giusto farlo divulgando il pensiero di grandi autori liberali come Constant, Locke, Mill, Von Humboldt, Montesquieu…

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