Le dinamiche migratorie rivestono da sempre un’assoluta importanza nella vita delle nazioni; l’Europa, continente osmotico, è forse il luogo simbolo dell’insieme di opportunità, tensioni, rivoluzioni e civiltà scaturite dai movimenti dei popoli.

Non esiste una risposta univoca alla sfida (ché di questo si tratta, in ultima analisi) posta alle nostre società da un fenomeno per sua natura in grado di travalicare ordini costituiti e barriere (non) naturali. La ricetta del multiculturalismo all’europea, basata su un bargaining (contrattazione) fra necessità di rispetto della legge da un lato ed esigenza di considerazione per gli usi e costumi degli allogeni dall’altro, non sembra più dotata dell’appeal irresistibile di qualche anno fa. E la controprova è data dalla trionfale avanzata delle destre xenofobe anche in aree tradizionalmente inclini a pratiche consociative e liberali, quali il Nord Europa. L’azione di Anders Behring Breivik in Norvegia, nonostante costui fosse un ‘lupo solitario’, è un inquietante monito per la deriva di taluni movimenti politici intrisi in modo virulento di razzismo e islamofobia.

Anche altre vie che in passato si dimostrarono praticabili sono andate sgretolandosi sotto i colpi della storia: l’internazionalismo sovietico, con la sua Amicizia tra popoli, poté funzionare in URSS per la presenza di due ben determinati fattori. Da una parte, il radicale disprezzo verso ogni forma di nazionalismo etnico. Dall’altra, l’erosione del sentimento religioso che, in decenni di ateismo di Stato, portò ortodossi e musulmani a perdere parte del proprio bagaglio simbolico, ‘avvicinandone’ usi e costumi sociali. Il crollo del comunismo, accanto ad ovvi benefici, portò quindi anche conseguenze drammatiche per le popolazioni coinvolte. La disintegrazione del rigido sistema sovietico non solo trascinò sotto la soglia di sussistenza milioni di individui, ma rese masse di migranti di colpo libere di fluttuare nello spazio dello Stato.

In questo modo, la Federazione Russa dei giorni nostri si è trovata a dover dare risposta ad una serie di problematiche non dissimili da quelle fronteggiate dall’UE. Di quanti immigrati ha bisogno il sistema? A quali condizioni permetterne l’ingresso? Certamente, l’opzione ‘chiusura’ – oltre ad essere anacronistica e di impossibile attuazione per un Paese dalle sconfinate frontiere terrestri – rischierebbe di salassare in maniera definitiva la già anemica demografia russa. Il tasso di crescita annuale della popolazione è -0,47% (222esimo posto su 230 territori e stati censiti dalla CIA). Inter alia va osservato come Estonia, Lettonia, Lituania, Serbia, Ucraina e Bielorussia si trovino in compagnia della Federazione agli ultimi posti di questa classifica, vieppiù condividendone l’esacerbarsi delle contrapposizioni etniche.

Studiosi ritengono che nei prossimi quindici anni il Paese avrà bisogno di almeno otto milioni di immigrati, spesso destinati a lavori umili e ai settori manifatturieri più pesanti. Proprio questo aspetto merita un ulteriore riflessione. La Russia annualmente perde migliaia di professionisti ed esperti che si spostano in occidente per mettere a frutto le capacità acquisite nelle università e nei centri di ricerca. Queste persone sono facilitate nei loro trasferimenti dal fatto di condividere un vasto retroterra culturale (e linguistico) con i Paesi europei di destinazione. Da ultimo, la comune professione di fede cristiana rappresenta un ulteriore viatico nell’integrazione di questi individui nelle società ospitanti. Viceversa, i migranti che entrano nella Federazione provengono spesso da percorsi socio-culturali assai diversi e non complementari. Dagli Stati caucasici si muovono alla volta delle maggiori città individui che spesso hanno difficoltà persino nel comprendere la lingua russa, nonché ovviamente di diversa confessione religiosa.

Le tensioni inter-religiose in Russia sono perciò tutt’altro che sopite. L’ideologia soggiacente il revival ortodosso successivo all’ateismo di Stato si è scontrata con un fenomeno pari, ma di segno opposto, nelle aree dell’ex-URSS abitate da musulmani. Agitazioni e incidenti sono all’ordine del giorno, e rappresentano una sfida particolarmente rilevante per la stabilità e la coesione interna della Federazione. Basti pensare a quanto accaduto in Manežnaja Ploščad’, in occasione della manifestazione in ricordo dell’ultrà Egor Sviridov: una guerriglia che ha trasceso l’aspetto commemorativo per assumere i toni della protesta etnica.

La problematica di fondo è tuttavia, per la Russia come per l’UE, intimamente intrecciata con il ruolo che gli immigrati vanno a svolgere nelle società ospitanti. L’economia della Federazione, come visto, necessita di manodopera scarsamente qualificata ed istruita che ipso facto si trova ai margini della società. Questi reietti accumulano risentimento e malcontento non solo e non tanto verso i propri datori di lavoro o verso il sistema economico, quanto contro l’intero mondo ospitante e il suo universo simbolico fatto di riti, regole, codici. A ben vedere, i nodi irrisolti del gigante eurasiatico non sono poi così diversi dai nostri.

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