L’invecchiamento demografico dell’Europa costituisce una delle maggiori problematiche per le strategie economiche dei prossimi decenni. La Commissione europea nel 2009 aveva divulgato una comunicazione sulle aspettative degli impatti economici del fattore demografico (“Gestire l’impatto dell’invecchiamento della popolazione nell’Unione europea”), prospettando un raddoppiamento dell’indice di dipendenza degli anziani: se oggi per ogni persona di oltre 65 anni ci sono quattro persone in età lavorativa, nel 2060 saranno solamente due. Nel frattempo la durata media di vita si allunga, l’ingresso a tempo pieno nel mondo del lavoro per i giovani si posticipa ed i mutamenti nella composizione familiare portano al sempre maggiore utilizzo di strumenti previdenziali per ottenere prestazioni assistenziali.

La convergenza di questi elementi ha portato diversi Paesi europei nel corso degli ultimi anni a riconsiderare il proprio sistema pensionistico in modo da adattarlo alle esigenze emergenti, e la crisi  ha velocizzato la necessità di ricorrere a questi cambiamenti strutturali, per far fronte immediatamente all’insostenibilità dei costi e per fornire agli investitori un segno di solidità finanziaria nel medio termine. In quest’ottica si inseriscono le riforme attuate da molti Stati europei nell’ultimo quinquennio.

Ad esempio in Germania la riforma, che risale al 2007, intende portare la Nazione ad applicare, per prima in Europa, la soglia dei 67 anni: ad oggi per tutti i nati prima del 1947 vige il limite dei 65 anni (indipendentemente dal genere), ma dal 2012 verrà innalzato gradualmente, ferma restando la possibilità di andare in pensionamento anticipato (con una riduzione dello 0,3% per ogni anno d’anticipo) una volta raggiunti i 45 anni di contributi. In Francia la riforma è del 2010, ad oggi si va in pensione in media a 62 anni, ma una volta terminato il processo di transizione l’età verrà portata a 65 anni ed ancora a 67 gradualmente entro il 2023.

Nei paesi scandinavi le soglie sono paragonabili: 65 anni ad oggi, alzati a 67 nel prossimo decennio, esattamente quanto stabilito dalla riforma spagnola dello scorso giugno (67 anni entro il 2027), con l’eccezione per le madri lavoratrici di anticipare la pensione di 9 mesi per ogni figlio avuto. Anche in Danimarca si può oggi andare in pensione a 65 anni (sia per maschi che per femmine), soglia che sarà incrementata a 67 tra il 2024 ed il 2027, ed è già considerato che dal 2025 in poi l’età pensionabile venga direttamente collegata con l’aumento medio della speranza di vita.

Infine, la riforma più pesante viene proprio dalla Nazione con i lavoratori ‘più anziani’ d’Europa, l’Inghilterra, che intende innalzare la soglia dai 65 anni attuali (effettivi 64) a 68 nel 2044. In tutto questo, i baby-pensionamenti italiani stridono con le politiche europee sia per le tempistiche attuali (tra i 59 ed i 61 anni a seconda delle tipologie di contratto) sia per la spesa: recenti studi mostrano come, in prospettiva, entro i prossimi nove anni la spesa per le pensioni inciderebbe per oltre il 15,5% del Pil, superando tutti gli altri Paesi Eu-27. Portando al livellamento dell’età di pensione tra sessi e con l’innalzamento, oggi ipotizzato, a 67 anni si risparmierebbero tra i 30 ed i 40 miliardi di euro nel giro dei prossimi 4/5 anni.

Certamente, la resistenza alle modifiche richieste a gran voce dall’Europa non si identifica solo con l’intenzione dei cittadini di non cedere i propri benefici a favore delle nuove generazioni, ma anche con il timore di perdere una forma basilare di tutela economica in contemporanea all’assottigliamento dei servizi di welfare essenziali. Questo perché i messaggi contraddittori originati dalla politica e dovuti ai singoli interessi di elettorato non riescono a diffondere, come dovrebbero, l’idea comune che senza determinate rinunce immediate i risultati potrebbero essere infinitamente peggiori non solo nel lungo, ma anche nel medio e nel breve termine.

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